"Ognuno di noi possiede talento innato: pochi possiedono la giusta misura di tenacia, forza ed energia, innate ed acquisite necessarie per diventare effettivamente un talentuoso; questo equivale a dire che si diventa ciò che si è: si sfoga e si esternalizza il proprio talento in opere ed azioni". (Friedrich Nietzsche)

Repubblica VIII Libro - Platone.

Quando un popolo divorato dalla sete di libertà si trova ad aver coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade che i governanti pronti ad esaudire le richieste dei sempre più esigenti sudditi vengano chiamati despoti. Accade che chi si dimostra disciplinato venga dipinto come un uomo senza carattere, un servo. Accade che il padre impaurito finisca col trattare i figli come i suoi pari e non è più rispettato, che il maestro non osi rimproverare gli scolari e che questi si faccian beffe di lui, che i giovani pretendano gli stessi diritti dei vecchi e per non sembrar troppo severi i vecchi li accontentino. In tale clima di libertà, e in nome della medesima, non v'è più rispetto e riguardo per nessuno. E' in mezzo a tanta licenza, nasce, si sviluppa, una mala pianta: la tirannia.

martedì 16 gennaio 2007

Stragi a Bagdad: almeno 85 vittime

articolo dal Corriere.it
16 gennaio 2007
L'Onu: nel 2006 i civili morti in Iraq sono stati 34.452
Due esplosioni hanno ucciso circa 60 studenti che stavano uscendo dall'università. Centinaia i feriti.
BAGDAD - A Bagdad continuano gli attentati e il bilancio complessivo parla di almeno 85 morti in tre diversi episodi: il più grave all'università dove due esplosioni hanno causato 60 vittime e 110 feriti. Due automobili imbottite di esplosivo erano state parcheggiate davanti all'ingresso dell'ateneo Mustansiriyahe. Sono saltate in aria mentre gli studenti, a fine lezioni, guadagnavano l'uscita. Una bomba sul ciglio della strada, è invece esplosa al passaggio di una pattuglia di polizia: ha causato 15 morti e 70 feriti nel centro della città. L'eplosione, avvenuta nel quartiere di Karradah, ha danneggiato anche autombili ed edifici. In un terzo attentato uomini a bordo di tre automobili hanno aperto il fuoco sulla folla in un mercato nella zona nordorientale di Bagdad. Stando a quanto riferito da fonti della sicurezza, almeno dieci persone sono morte e altre sette sono rimaste ferite.
L'ONU: NEL 2006 UCCISI 34.452 CIVILI - Nel 2006, in Iraq, sono stati uccisi 34.452 civili e più di 36mila sono rimasti feriti. Sono le ultime cifre diffuse in una conferenza stampa dall'Onu. Il direttore dell’Ufficio di Assistenza dell’Onu per l’Iraq, Gianni Magazzeni, ha anche aggiunto che le vittime di novembre e dicembre sono state 6.376, di cui 4.731 a Bagdad. Le stime diffuse alcune settimane fa parlavano di oltre 12.000 morti. Alla domanda sul perché di tale divergenza di dati, Magazzeni ha precisato che i dati dell’Onu sono stati ottenuti dal ministero dalla Sanità iracheno, dagli ospedali sparsi nel paese e da altre agenzie. «Senza passi avanti significativi verso lo stato di diritto, la violenza di matrice confessionale andrà avanti a tempo indefinito, rischiando di sfiggire a ogni controllo», ha ammonito Magazzeni.
Oramai l'Iraq è diventato il nuovo Vietnam...purtroppo! Chissà quando gli americani lo capiranno! Quanti civili e militari dovranno morire ancora? Ma l'ONU, L'UE mi dite a cosa servono? Povero mondo....

Base di Vicenza, Amato: «Bisogna dire sì»

Articolo sul Corriere della Sera.it
Prodi: «Daremo risposte a tempo debito». Mastella: «Patti da rispettare»
Il ministro dell'Interno: «L'Italia dovrebbe dare il via libera all'allargamento della base americana»
ROMA - L'ampliamento della base militare Usa a Vicenza, contro il quale martedì sera sfileranno in corteo i comitati locali, si inserisce nella polemica sul presunto anti-americanismo del governo dell'Unione sollevata dal presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Il centrodestra, con diverse sfumature, cavalca l'accusa lanciata nei confronti del premier Romano Prodi e del ministro degli Esteri Massimo D'Alema. Il presidente del Consiglio prende tempo e da Lubiana fa sapere che l'Italia darà una risposta a Washington «nel tempo dovuto». Il suo braccio destro, il ministro per l'Attuazione del programma, Giulio Santagata, ritiene che l'ampliamento «può essere una buona occasione di sviluppo». FAVOREVOLI - Arriva invece da Dresda l'esortazione del ministro dell'Interno ed ex premier, Giuliano Amato: «L'Italia farebbe bene a dire di sì ad un ampliamento della base Usa a Vicenza perché c'è stato un orientamento già espresso dal precedente governo». Nell'Unione, però, fanno discutere le opinioni del ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro: «Possiamo pretendere che gli americani non utilizzino il territorio italiano come rampa di lancio per aerei diretti a compiere missioni belliche in Iraq, ma non rifiutare l'ampliamento di una base», sono le parole riprese da alcuni quotidiani che fanno infuriare la sinistra radicale. Dall'estero, anche il Guardasigilli, Clemente Mastella, fa sapere che «i patti vanno rispettati e che un no alla base di Vicenza verrebbe interpretato dagli Usa come uno schiaffo in faccia».REFERENDUM Secondo il segretario dei Ds, Piero Fassino, la soluzione migliore sarebbe quella di un referendum «da fare subito» per consultare i cittadini di Vicenza e conoscere la loro opinione. Il leader della Quercia sottolinea: «Spetta al governo decidere su un eventuale ampliamento della base militare di Vicenza. Io ritengo che sia giusto conoscere cosa ne pensano i cittadini vicentini in modo che il governo abbia prima un elemento di valutazione per assumere la sua decisione finale. Per me sarebbe una cosa utile -spiega Fassino- cercare di capire maggiormente cosa ne pensano i vicentini di questa vicenda e sulla base di questo poi decidere.
L'Italia.....manifestare è un diritto legittimo, ma la pancia di noi occidentali (italiani soprattutto) è veramente piena...
Ci sono lavoratori civili all'interno della base americana...vorrei proprio vedere dove andrebbero a lavorare se la base militare chiudesse!!! Non parliamo del guadagno economico che la città vicentina ed in primis il Comune perderebbe... Ma per ogni cosa bisogna protestare in Italia? Non viene in mente a nessuno del perchè la Germiania (contrarissima alla guerra in Iraq) accoglierebbe a braccia aperte questa base? Ma dobbiamo sempre farci fregare dagli altri credendo di essere "dritti"?

lunedì 15 gennaio 2007

CHI E’ PIU’ DI SINISTRA?

Riforme e liberalizzazioni, le vere bandiere
di FRANCESCO GIAVAZZI
Da qualche mese in alcuni supermercati giovani farmacisti vendono medicinali a un prezzo inferiore del 20-30% ai prezzi delle vecchie farmacie di città. Chi è più di sinistra? Chi liberalizza commercio e professioni, o chi consente che le farmacie, così come gli studi notarili, si tramandino di padre in figlio? All'università di Lecce il numero dei dipendenti addetti a mansioni tecniche e amministrative supera il numero degli insegnanti (non è sorprendente dato che lo statuto dell’università prevede che il personale amministrativo abbia il 20% dei voti nell’elezione del rettore). Avendo bruciato tutte le risorse in una dissennata politica di assunzioni, il rettore è stato costretto a sospendere il riscaldamento (nelle aule, non certo negli uffici amministrativi, dove il riscaldamento funziona anche il pomeriggio, quando le stanze sono deserte). Pochi in città sembrano preoccupati dello stato della loro università: i figli della buona borghesia salentina studiano a Bologna, a Torino, a Milano. All'università di Lecce sono rimasti i figli di chi non può permettersi di mandarli al Nord. Chi è più di sinistra? Chi vuole riformare l'università, oppure chi nella Finanziaria ha imposto di stanziare più fondi per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici? In Danimarca prima dell'intervento di varie forme di assistenza pubblica, le famiglie a rischio di povertà sono 32 su 100: l'intervento dello Stato le riduce a 12. Cioè il welfare danese riesce a spostare 20 di quelle 32 famiglie fuori dall'area a rischio. In Italia le famiglie vicine alla soglia di povertà sono 22, ma lo Stato riesce ad aiutarne solo 3. Chi è più di sinistra? Chi vuole riformare alle radici il nostro sistema di welfare , nell'interesse dei poveri e dei giovani, oppure chi pensa che la riforma delle pensioni non sia urgente e difende i fortunati che hanno un lavoro a tempo indeterminato e vanno in pensione prima dei sessant'anni? Concorrenza, riforme, merito dovrebbero essere le bandiere della sinistra radicale; questa invece, opponendosi alle riforme, finisce per difendere i privilegi. Non mi stupisce che il governo di centrodestra non abbia varato una sola liberalizzazione, né inciso su alcun privilegio: era stato eletto per conservare lo status quo e lo ha fatto. Ma non comprendo come lo stesso possa avvenire con un esecutivo di centrosinistra. Una società in cui c'è scarsa concorrenza, in cui nell'impiego pubblico (oltre il 10% di tutti i posti di lavoro) si fa carriera per anzianità e non per merito, è una società in cui il futuro finisce per essere determinato dal censo: proprio ciò contro cui si batte la sinistra. Alcuni (ad esempio Barbara Spinelli su La Stampa ) pensano che a Caserta riformatori e liberalizzatori abbiano fallito perché chiedevano all'ala sinistra del governo di rinnegare la propria storia. E' esattamente il contrario: hanno fallito perché non sono stati capaci di spiegare che le riforme sono «di sinistra» e la conservazione dei privilegi «di destra». Nei prossimi giorni i presidenti di Camera e Senato dovranno nominare due nuovi membri dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato. La storia politica di Franco Marini e Fausto Bertinotti non lascia dubbi sul loro impegno contro i privilegi, a favore dei più deboli, dei meno fortunati. Mi attendo quindi che nominino persone il cui curriculum e i cui scritti non lascino dubbi sul fatto che esse siano pronte a sostenere la battaglia coraggiosa che il presidente Catricalà sta combattendo contro i molti potenti che ostacolano la concorrenza: banche, assicurazioni, imprese elettriche e del gas, professionisti ed enti locali.
Solo con Riforme adeguate e senza guardar in faccia nessuno la nostra nazione avrà la sua "CRESCITA".....diceva bene un politico (di cui purtroppo non ricordo il nome) le Riforme vanno fatte ed il plauso lo avrà chi governerà in futuro questo paese, ma non noi...ma fa niente perchè è giusto così!!!
Io penso che se ciò avvenisse in Italia sarebbe veramente un qualcosa di INCREDIBILE... e di STORICO!!!

Ricerca, quei 340 milioni pronti e mai usati

Pochi finanziamenti? Ma tra sprechi e ritardi si perdono i fondi che ci sono.
di SERGIO RIZZO e GIAN ANTONIO STELLA

ROMA - Chi la strangola, la Ricerca? Ecco il nodo, scusate il bisticcio, di quello che è diventato uno dei tormentoni italiani. E c’è chi dice che è tutta colpa della sinistra e chi della destra, chi di Letizia Moratti e chi di Fabio Mussi, chi della penuria di soldi, chi dello spreco di quelli che ci sono. Fatto sta che manca l’impronta digitale del colpevole anche sui due episodi più controversi: il taglio del 37% dei fondi per i cosiddetti Prin e l’evaporazione, diciamo così, di 340 milioni di euro. Una somma enorme, con questi chiari di luna. «Sprecata» per l’indecisione, i contrasti, i tempi eterni della macchina burocratica e politica. Prendete il taglio. Sono anni che si riempiono la bocca con «la ricerca, la ricerca, la ricerca!» e cosa esce dalle tabelle? Che in settori come la matematica o l’ingegneria industriale i finanziamenti sono stati segati del 45%. Che in altri come la fisica, la biologia o la medicina, del 33%. Che il taglio medio è, appunto, del 37%. Con un crollo dei fondi a disposizione: da 130.700.000 a 82.113.000 euro. Dirà la destra: ecco, la solita sinistra che prima sbandiera la sua dedizione alla cultura e poi va a segare sempre lì, dove accusava di segare noi. Dirà la sinistra: no, la procedura dei Prin (i Programmi di ricerca di interesse nazionale) è tale che di fatto, emesso il bando e avviato l’Iter, tutto finisce per slittare di un anno col risultato che di fatto il taglio del 37% non l’ha deciso Prodi con la finanziaria 2007 ma Berlusconi con quella del 2006. Controreplica: fatto sta che il successore poteva dare un segnale e non l’ha dato, confermando i tagli morattiani. Rissa. Non meno confusa, stando alle due contrapposte fazioni, è l’impronta digitale di chi ha «sprecato», almeno per ora, la bellezza di 340 milioni di euro. Soldi assegnati in due riprese al Miur, il ministero dell’università e della ricerca, dalle Attività Produttive, usando provviste del Fondo aree sottoutilizzate. Il primo pacco di soldi, 260 milioni di euro per «progetti finalizzati al potenziamento dei centri di ricerca e alla promozione dell’alta formazione», era stato stanziato con una delibera del Cipe nel 2003. Il secondo, 140 milioni per i «distretti tecnologici», era stato deliberato nel 2004. Era però stata data al Miur una scadenza: il denaro andava impiegato entro il 2006. Macché: agli sgoccioli dell’anno appena concluso, risultavano spesi della prima tranche solo 20 milioni e della seconda solo 40. Fatte le somme, erano inutilizzati 240 più 100 milioni di euro. Che il Cipe, con un atto varato il 22 dicembre e passato inosservato agli occhi degli italiani distratti dal Natale, ha «disimpegnato». Cioè ha riposto nelle casse del Tesoro. In attesa di nuovi progetti, nuove scelte politiche, nuovi stanziamenti. E nuove polemiche. La destra, per dire, accusa Mussi e la sinistra d’aver affossato (per ora) l’ambizioso progetto del Ri.Med, l’istituto per le Biotecnologie e la medicina che doveva nascere con 300 milioni, di cui 30 già stanziati nel maggio 2005 dal Cipe, a Carini, vicino a Palermo. A gestirlo sarebbe stata una Fondazione costituita dal governo italiano, dalla Regione siciliana, dal Cnr e dall’Università di Pittsburg. Ateneo americano già attivo nella sanità siciliana attraverso una quota del 45% nell’Ismett, l’Istituto Mediterraneo per i Trapianti e Terapie di cui sono soci anche l’Azienda di Rilievo Nazionale di Alta specializzazione Ospedaliera (in pratica: Regione Sicilia, col 35%) e l’ospedale Cervello di Palermo (20%). La sinistra (con le voci dissonanti di Umberto Veronesi, Dario Fo o Franca Rame, favorevoli al Ri.Med) risponde chiedendo tempo per un riesame, accusando la destra di aver fatto un’operazione elettorale dato che il progetto fu presentato da Gianfranco Micciché il 4 aprile, all’immediata vigilia delle politiche e ricordando come nella storia ci fossero dettagli che non quadravano. Ma ancora più controverso, forse, è il braccio di ferro sul Cnr. Dove Fabio Pistella, il presidente insediato dalla Moratti nel 2004, è alle prese da mesi con una rivolta dei direttori (o dei facenti funzione) dei 107 istituti. Direttori che Pistella avrebbe voluto almeno in parte (cioè in 89 casi) sostituire dando vita a bandi internazionali. Dicono i «ribelli» che è ora di smetterla coi «manager» digiuni di scienza piazzati alla direzione di organismi delicati quali il Consiglio nazionale delle ricerche e che, per usare le parole del fisico Luciano Pietronero, occorre «trovare una soluzione bipartisan nella scelta dei responsabili degli istituti di ricerca, sennò a ogni cambio di governo c’è un sovvertimento». Rispondono dall’altra parte che quella dei direttori è una trincea corporativa scavata per difendere spesso vecchi baroni legati da una eternità alle loro poltrone. Qualche numero? Su 107 direttori, 32 hanno più di 67 anni (uno ne ha 79), l’età più frequente è 68 anni e solo 14 ne hanno meno di 55. Non bastasse, una trentina sono contemporaneamente (miracolo dell’ubiquità) docenti a tempo pieno in qualche ateneo e direttori a tempo pieno al Cnr. Non bastasse ancora, 59 occupano la loro posizione da più di dieci anni e di questi 29 sono imbullonati da oltre 17 anni, tra cui 16 addirittura da più di 20. Col risultato di portare forse esperienza, ma certo non quella freschezza che hanno organismi simili all’estero. Tema: chi ha ragione? I vertici che invocano un radicale ricambio generazionale o i direttori che definiscono inaccettabili certi metodi vissuti come un repulisti ordito da burocrati estranei ai problemi della ricerca? Nell’attesa, Fabio Mussi ha deciso di congelare tutto per sei mesi. Prorogando automaticamente gli incarichi (tra cui quello di Franco Prodi, cosa che ha sollevato a destra strilli di indignazione nonostante il fratello del Premier goda di buona fama internazionale) e rinviando i concorsi a data da destinarsi. Tanto più che i «ribelli» avevano presentato una serie di ricorsi al Tar contestando tra l’altro non solo il criterio dell’individuazione d’una terna per ogni posto ma anche il limite massimo per concorrere, fissato a 67 anni. Troppo basso, dicono. E dal loro punto di vista vanno capiti: perché mandare in pensione dei giovanotti solo un po’ raggrinziti? Un ricercatore, Paolo Rossi, ha studiato le carriere di tutti i docenti pisani dal 1965 in qua. Bene: dei 744 ordinari, quelli entrati di ruolo nel 1966 avevano mediamente meno di 34 anni, quelli entrati nel 2003 ne avevano oltre 54. E non troppo diversi sono i dati per gli associati e i ricercatori. In pratica, gli ordinari si sono insediati con un’età media più alta di 5 mesi per ogni anno che passava. Avanti così, fra un paio di decenni andranno in cattedra i nonnetti. Dopo di che, si chiede Rossi, come faranno ad accumulare i 20 anni di ruolo per diventare «professori emeriti», se saranno avviati alla pensione subito dopo l’agognata promozione?
Sergio Rizzo
Questa è l'Italia di sempre, di ogni anno, mese e giorno.....bisogna sempre aspettare, aspettare, aspettare....senza poi alla fine cambiar nulla!!! RIFORME? Ma quandooo????

mercoledì 3 gennaio 2007




Il silenzio dell'innocenza.


Somaly Mam


(Corbaccio 2006)


Nata nel piccolissimo villaggio di Bou Sra, nella campagna cambogiana, circa trent'anni fa, Somaly Mam viene picchiata, sfruttata come una schiava, violentata, venduta, picchiata, e infine finisce in un bordello, dove la sua vita di bambina prima e adolescente poi va avanti tra stupri, torture e una processione interminabile di clienti, cambogiani e stranieri, da soddisfare senza alcuna discussione, come un oggetto senza anima e senza diritti. Fino al controverso rapporto con uno straniero dal carattere impossibile di nome Pierre, un uomo che Somaly non ama ma che potrebbe salvarla...Una testimonanza agghiacciante, mostruosa, una vergogna incancellabile per tutto il genere maschile: ecco cos'è questo libro indimenticabile, un reportage indimenticabile e violentissimo in diretta dall'inferno. Ma il messaggio di Somaly Mam è anche un messaggio di speranza, perché la donna insieme al marito Pierre Legros ha creato nel 1997 un’associazione no-profit, la AFESIP (Agir pour les femmes en situation précaire) che dalla Cambogia, dove ha la sede principale, si è rapidamente sviluppata in Tailandia, Vietnam e Laos ed è riuscita a salvare dal loro terribile destino migliaia di prostitute-bambine.



L'Intervista a Somaly Mam vuole spiegare al pubblico quale attività svolge esattamente l'AFESIP? Si occupa di salvare le vittime del mercato della prostituzione asiatica, liberare le giovanissime dai bordelli e fornire loro un'assistenza molto articolata. Assistenza sociale, psicologica, medica, legale e scolastica organizzando corsi di formazione professionale. L'AFESIP segue da vicino il reinserimento delle ragazze assistite, si tratta di un percorso complesso che dura circa tre anni.


Pensa che porterebbe avanti la sua opera di assistenza alle giovani prostitute con la stessa energia se non avesse vissuto lo stesso dramma in passato?Non credo che ce l'avrei fatta senza questa rabbia, no.Scrivere questo libro è stata un'esperienza orribile perché - come lei stessa spiega - la memoria è dolore.


Ma ora che l'ha scritto si sente un po' come se si fosse tolta un peso, più leggera?No, adesso semmai è anche peggio.Una delle cose più terribili del suo libro è il ritratto della cultura cambogiana, davvero tremendo e impietoso.


Quale speranza c'è per questo Paese?Spero proprio che il mio Paese abbia una speranza. La situazione in Cambogia si sta sviluppando, evolvendo. Siamo persino riusciti a fare pressione e far approvare una legge sulla violenza domestica che consideriamo una grande conquista di civiltà.


Negli ultimi anni lei ha incontrato molti potenti della Terra, è stata candidata al Nobel per la Pace e ha informato milioni di persone sulla terribile situazione che vivono queste ragazze. Perché allora questo orrore non finisce mai? Cosa serve per risolvere il problema una volta per tutte?Questa domanda andrebbe fatta ai potenti della Terra. Sono loro a mettersi la maschera, a dire che tutto cambierà e poi a non muovere un muscolo in questo senso. Nemmeno io riesco a capire fino in fondo perché lo fanno.

Penso che il libro di questa donna vada letto con molta attenzione!!!

L'ho trovato un libro molto interessante in cui capisci che ogni giorno ognuno di noi ha dei problemi, ma ci sono nazioni nel mondo come la Cambogia dove i nostri problemi sono pari a zero per non dire sottozero.... E' incredibile come questa donna lotta contro gente che si dovrebbe vergognare d'esistere!!!

Mi auguro che ognuno di noi possa nella vita aiutare qualcuno che ha più problemi di noi, in qualsiasi modo ed in base alle proprie possibilità.













martedì 2 gennaio 2007

Nuovi genocidi vecchi criminali.

Di Antonella Randazzo per Disinformazione.it

Sono stati condannati a morte nel settembre del 2003. Si tratta di un popolo intero, fatto di bambini, uomini, donne e vecchi: gli Anuak della regione di Gambella (Etiopia). La loro colpa? Vivere in una regione ricca di oro e di petrolio. Nemmeno i migliori servizi giornalistici sull'Africa dicono che i genocidi dei popoli africani vengono pianificati dai governi fantoccio, eppure spesso è così. Il caso degli Anuak non è certo l'unico, basti ricordare gli Ognoni della Nigeria, i Fur del Dalfur o i Pigmei di etnia Baka. L'accanimento contro gli Anuak è iniziato alla fine del 1979. Quell'anno, le terre degli Anuak furono confiscate, per costringere la popolazione ad arruolarsi forzatamente o al lavoro coatto nelle fattorie. Gli Anuak cercarono di scappare, ma molti furono uccisi o arrestati.
Per attuare il genocidio sono stati assoldati eserciti definiti impropriamente di "difesa". In Etiopia è stata creata la milizia del Fronte di Difesa Rivoluzionario Popolare Etiope (Eprdf), incaricata di uccidere impunemente e di praticare ogni sorta di violenza. Nel febbraio del 2004, il giornalista Keith Harmon Snow[1] scrisse un rapporto in cui provava che l'Eprdf aveva massacrato migliaia di Anuak, su ordine del governo del ministro Meles Zenawi. Nel settembre del 2003, il governo Zenawi si era riunito per discutere l'eliminazione degli Anuak, considerati un intralcio dalla Halliburton Company, che sfrutta il petrolio del bacino dell'Ogaden, e dalla Canyon Resources, che estrae oro dalle miniere etiopiche. Snow sostiene senza ombra di dubbio che le autorità americane sono al corrente del genocidio che si sta attuando nella regione di Gambella, e che forniscono armi e addestramento militare agli assassini. L'Operazione è chiamata in codice "Operation Sunny Mountain" (Operazione montagna assolata).
Come al solito, viene dapprima creata una "motivazione". Il 13 dicembre del 2003, vengono misteriosamente assassinati otto funzionari dell'Onu. Senza alcuna prova, la responsabilità cade proprio su chi si vuole sterminare. L'Eprdf scatenò la violenza massacrando, saccheggiando e incendiando i villaggi degli Anuak. I morti sono stimati nell'ordine di alcune migliaia, ma non esistono cifre precise. Il governo cerca di spacciare il genocidio per "lotta tribale", ma a oggi non ci sono prove che ad uccidere gli Anuak siano i vicini Nuer, mentre ci sono numerose prove sulle responsabilità dell'Eprdf e del governo.
Le milizie seminano terrore su tutta la regione di Gambella. Gli obiettivi principali sono anche gli intellettuali e gli studenti che si oppongono alle violenze. Nel periodo 2003/2004, centinaia di persone sono scomparse nel nulla. Nel novembre del 2004, 2500 Anuak sono stati uccisi, e migliaia di persone sono state arrestate o deportate. Molte donne Anuak subiscono stupri con la minaccia delle armi. Un rapporto dell'Human Rights del 2004 sostiene che durante il 2003 molte donne Anuak hanno subito violenze da parte di soldati dell'esercito. Il governo, nonostante le denunce, non ha mai aperto alcuna inchiesta.
Gli Anuak costituiscono il 2% della popolazione etiopica, comprendendo circa 1.500.000 persone. La popolazione di Gambella, che comprendeva 50.000 persone, oggi è scesa a 35.000 persone. Gli Anuak cercano di mettersi in salvo rifugiandosi nei campi profughi del Sudan o del Kenya, dove attualmente si troverebbero almeno 8000 Anuak. Le violenze hanno causato la distruzione dei raccolti e quest'anno una grave siccità ha colpito l'intera regione, costringendo molte persone a spostarsi. Attualmente, in Etiopia, 8,78 milioni di persone sono malnutrite e di questi, 1,6 milioni sono bambini con meno di 5 anni d'età.[2] Nel 2005 e nel 2006 le repressioni sono continuate. Sono state torturate diverse persone che avevano denunciato i brogli elettorali alle elezioni del 15 maggio 2005. In seguito alle proteste popolari, sono stati costruiti alcuni campi di prigionia ad Addis Abeba, in cui si trovano almeno 15/20.000 persone.[3] Fra i detenuti ci sono diversi giornalisti, intellettuali e militanti per i diritti umani.
Gli Stati Uniti chiamano tutto questo "guerra al terrorismo" e hanno dato al governo etiopico, tra il 2000 e il 2004, almeno 80 milioni di dollari. Inoltre, le autorità Usa hanno addestrato 4000 soldati etiopici nei programmi Imet e Foreign Military Sales and Deliveries. Washington ha coinvolto l'esercito etiopico anche in altre operazioni di addestramento definite di "peacekeeping", pur sapendo assai bene che la violenza sarà rivolta contro la popolazione civile.
[1]World War Report, n. 97, aprile 2004, "State Terror in Ethiopia: Another Secret War for oil". [2] Fonte: Unicef, http://www.unicef.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2068[3] Misna, 28- 12- 2005.
La cosa brutta è capire in che schifo di mondo viviamo....la furbizia, l'arroganza, lo sfruttamento, la sete di potere ecc.. Io credo che ci sono tanti africani che ci sanno fare, che hanno cultura, ma purtroppo ci sono quelli (come parecchi governanti africani) che si fanno corrompere dalle multinazionali ed altri che vengono arrestati se si ribellano, ma vengono incarcerati oppure uccisi. L' Africa ha enormi risorse nel sottosuolo...come fa ad essere ancora povera? Uomini africani inteliggenti ci sono, ma esiste ciò che ho detto prima e purtroppo i risultanti sono sempre negativi... POVERO MONDO.....POVERA AFRICA......E NON SOLO!!!

domenica 31 dicembre 2006

I docenti pubblici e l'affare delle lauree online

Il boom conquista anche professori celebri.
Undici le università su Internet e dietro l'ultima nata si nasconde il Cepu Slogan ingannevoli e denunce.

«Dottor Figus, lei dove ha studiato?». «Al Cepu». «Chiaro! Come mai non si sveglia, il paziente?» La scenetta di Tel chi el telùn era solo una delle tante in cui Aldo, Giovanni e Giacomo hanno scherzato per anni sul più famoso centro che «aiuta» gli studenti a studiare. Anche nell'ultimo film dei tre, Anplagghed, i protagonisti sono «un robot, un terrone e un ingegnere positronico laureato al Cepu». Un gioco: non ci si laureava, lì. Fino a ieri, però: dietro una delle 11 università telematiche autorizzate da Letizia Moratti, alcune un attimo prima di lasciare il ministero, c'è infatti (sorpresa!) anche una creatura clonata dalla società diventata celebre grazie a un martellante spot con Alex Del Piero. Che tra poco, se il ministro Fabio Mussi non si metterà di traverso, potrà finalmente far tutto in casa: lauree comprese. Capiamoci: non è che il Cepu sia il primo centro del genere a portare a compimento il «ciclo produttivo». L'aveva già fatto «Universitalia», che campeggia su Internet e sui giornali con slogan che ricordano i «sette chili in sette giorni». Questo diceva infatti uno spot: «Dieci esami in dieci mesi!» Poi corretto (massì, abbondiamo) in un trionfante: «Undici esami in dieci mesi!». Per essere ancora più «gajarda», la home-page del sito mostra anzi una bella ragazza che impugna bellicosamente i guantoni e colpisce con un sinistro la scritta: «Esami, usa il metodo forte». Il tutto in linea con uno dei protagonisti, Stefano Bandecchi, ex paracadutista, amministratore unico della Edizioni Winner che della Universitalia è azionista al 50%. Metodi forti, metodi spicci. Basti ricordare che poche settimane fa Sara Nardi, una dei responsabili dell'istituto, è stata rinviata a giudizio dal pm romano Giuseppe Corasaniti per aver ingannato una ragazza con la proposta contrattuale «soddisfatto o rimborsato». Seccante. Come seccante fu il coinvolgimento due anni fa nell'inchiesta della procura di Verona su un giro di "diplomi facili", di Alfredo Pizzoli, oggi amministratore unico dell'Isfa, uno dei soggetti che controllano il Consorzio Risorse Umane, da cui è stata originata, appunto, la Unisu: Università telematica delle Scienze umane. Tutto corretto? Sotto il profilo legale magari sì. Ma anche uno dei docenti, Giuseppe Castorina, ordinario di Inglese alla Sapienza e presidente del comitato tecnico organizzatore dell'ateneo, ha detto al Corriere dell'Università e del Lavoro: «Sapevo che Winner fosse tra i finanziatori del Consorzio ma non che Winner fosse anche Universitalia. Il conflitto d'interessi? Indubbiamente la situazione è equivoca». Dotata di un comitato tecnico organizzatore presieduto da Umberto Margiotta, ordinario di pedagogia alla Ca' Foscari, la Unisu ebbe il via libera dalla Moratti il 10 maggio scorso, un mese dopo la sconfitta della destra e pochi giorni prima che Letizia passasse le chiavi del ministero al successore. Nella banca dati del ministero, per quanto quei numeri vadano presi con le pinze, non risulta avere neppure un docente di ruolo. Zero carbonella, per dirla alla romana. Le facoltà tuttavia sono quattro: Giurisprudenza, Economia, Scienze politiche e Scienze della formazione. Un miracolo? No. Almeno sulla carta. Nell'Università italiana (a differenza che negli ospedali) non esiste infatti alcuna norma che regoli le pretese di un docente di un ateneo pubblico di lavorare anche per uno privato. Certo, Mussi ha già annunciato di volere cambiare al più presto queste regole perché «non sta né in cielo né in terra che un dirigente della Fiat possa lavorare anche per la Renault o la Bmw». Ma per adesso la situazione è questa: centinaia di docenti sono a carico dello Stato (dallo stipendio agli assegni familiari, dalle ferie ai contributi pensionistici per una media da 150 a 180 mila euro l'anno lorde, un ordinario) come dipendenti pubblici e arrotondano con le accademie private. In particolare le telematiche. Una delle quali, la Uninettuno, che peraltro passa per essere una delle più serie (Economia, Giurisprudenza, Ingegneria, Lettere e Psicologia e un assetto societario che vede in prima fila il Consorzio Nettuno di cui fanno parte anche l'ex ministro dell'Istruzione Giancarlo Lombardi e l'ex direttore generale della Rai Franco Iseppi) ha un docente pubblico addirittura come rettore: Amata Maria Garito. Ordinaria di psicologia alla Sapienza e grande amica di Prodi, che proprio a casa sua attese il 10 aprile i risultati elettorali.
Il fatto è che nell'affare delle università telematiche hanno tentato di buttarsi in tanti. Ovvio: gli studenti fanno tutto in Internet (lì scaricano le lezioni registrate dei docenti, lì trovano le esercitazioni da fare, lì partecipano ai forum didattici, lì "chattano" con la controparte) e possono teoricamente vedere questo o quel «prof.» solo il giorno dell'esame. Quindi basta una sede neppure troppo grande, un po' di professori part-time, uno staff che abbia dimestichezza con Internet ed è fatta. Senza alcuna necessità di investire decine di milioni di euro. Ed ecco la Telematica universitas mercatorum, costituita a novembre del 2005 per iniziativa dell'Unioncamere (Presidente è Andrea Mondello, che guida l'associazione): una facoltà (Economia) e due corsi di laurea triennale, Management delle risorse umane e Gestione d'impresa. E poi la Pegaso (due facoltà, Giurisprudenza e Scienze umanistiche, zero docenti di ruolo in banca dati) che ha come azionisti Danilo, Raffaele e Angelo Jervolino, che già hanno interessi in vari istituti scolastici privati partenopei. E poi la Giustino Fortunato (solo Giurisprudenza, nessun docente di ruolo in banca dati) che fa capo alla fondazione Efiro di Benevento, presieduta da Angelo Pasquale Colarusso, già noto nel Sannio per una scuola privata che da molto tempo aiutava nelle rimonte scolastiche. E poi ancora la Leonardo da Vinci, zero docenti di ruolo (per la banca dati), tre facoltà (Scienze dei Beni culturali, Scienze della Formazione e Scienze manageriali) e un legame strettissimo con l'Università Gabriele D'Annunzio" di Chieti-Pescara (nota anche per un gran numero di speedy-lauree) il cui patriarca indiscusso è Franco Cuccurullo, ex-presidente del Comitato etico nazionale nominato da Rosy Bindi per esaminare il protocollo Di Bella, presidente del Comitato di indirizzo di valutazione sulla ricerca e futuro presidente dell'Istituto Superiore di Sanità. E poi ancora la Unitel (zero docenti fissi in banca dati, tre facoltà: Agraria, Architettura e design industriale e Scienze motorie ma con un solo corso di laurea attivato: design della moda) che appartiene a una società di cui fanno parte la Fondazione Renato Dulbecco (28%), l'Associazione centro interdisciplinare studi biomolecolari (12%), Mediolanum comunicazione (8%), Fininvest Servizi (8%) e sbloccata dalla Moratti l'8 maggio scorso, nove giorni prima che si insediasse il nuovo governo. Per finire con la Iul (ancora zero docenti ufficiali, una facoltà, proprietà di un consorzio con l'Università Bicocca di Milano, l'Università di Firenze, di Macerata, di Palermo e la Lumsa…), la Tel.Ma. (un docente di ruolo, Donato Limone, e due facoltà, voluta a quanto pare dal Formez e dall'Anci).
Voi chiederete: ma perché questa corsa? Il miele che attira le api, quelle buone e quelle meno buone, è la possibilità di rastrellare una quantità mai vista prima di «aspiranti dottori». Merito di quella riformetta che permette un po' a tutti di «mettere a frutto il proprio lavoro». Facendosi riconoscere, sulla base dell'esperienza accumulata come ragionieri o guardie forestali, giornalisti o vigili del fuoco, impiegati catastali o brigadieri dei carabinieri, una gran quantità di crediti formativi universitari (fino a 140, prima che Mussi imponesse un tetto massimo di 60 su 180) così da poter puntare a una laurea con pochi esami. È vero: l'hanno fatto un sacco di atenei, anche tra quelli additati come «più seri». Ma alcuni ci hanno dato dentro alla grande. Come la telematica «Marconi», che risulta avere fatto la bellezza di 30 bandi di gara per docenti ma di averne a carico due soli: il ricercatore Umberto Di Matteo (nemmeno confermato, pare) e l'ex senatore democristiano e poi aennino Learco Saporito, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Berlusconi. Rettore: Alessandra Spremolla Briganti, fino a qualche mese fa ordinario a Roma Tre. Proprietà: la Fondazione Tertium. Facoltà: Lettere, Giurisprudenza, Economia, Scienze e tecnologie applicate, Scienze della formazione, Scienze sociali. Amatissime, stando alla raffica di convenzioni sbandierate su Internet, da un sacco di associazioni di categoria. «Avevamo la fila alla porta di gente che voleva laurearsi e ci proponeva mille o duemila iscritti a botta», spiega Francesco Paravati, responsabile del marketing della Uninettuno che quasi si vanta di avere solo 600 iscritti contro gli oltre quattromila della Marconi. Il delegato di un gruppo di agenti di custodia, racconta, "arrivò a dire chiaro e tondo: la laurea ci serve solo per passare di grado. Non daremo fastidio a nessuno, non faremo danni usandola. Le altre ci riconoscono cento, centodieci crediti… Perché voi no?».
Restava il giallo su chi stesse dietro l'undicesima università telematica, la E-Campus, approvata il 30 gennaio scorso. Di chi poteva essere? E perché la proprietà aveva ritenuto opportuno starsene nell'ombra dietro due finanziarie? Finché, passin passino, siamo arrivati a capo del mistero: dietro c'è, come dicevamo all'inizio, il gruppo di Francesco Polidori, fondatore del Cepu. Come mai tanta riservatezza? Chissà, perché forse qualcuno al ministero avrebbe potuto ricordare non una ma quattro sentenze dell'Autority per pubblicità ingannevole. L'ultima è di tre anni fa.
Gian Antonio Stella (Giornalista del Corrire della Sera)
Ecco perchè in Italia stanno aumentando i competenti (in senso prettamente ironico)....Grazie a CEPU, UNIVERSITALIA ed altre...come diceva un mio carissimo amico: (mi si scusi il modo ma, I fatti parlano e la merda vola...). L'Italia finirà allo scatafascio totale!!! Non ci sono organi che controllano e se ci sono mi vien da pensare che ci guadagnano pure loro....
Pensar bene è lecito, ma a Pensar male ci si azzecca sempre. Un qualcosa di simile lo diceva Andreotti.

sabato 30 dicembre 2006

Bagdad: Saddam Hussein impiccato all'alba.

La fine del rais: sul patibolo in manette, è morto subit.

Fonti irachene confermano l'esecuzione. Insieme all'ex dittatore impiccati il fratellastro e l'ex capo del Triibunale rivoluzionario.

BAGDAD (IRAQ) - La sentenza è stata eseguita: Saddam Hussein, ex dittatore iracheno, è stato impiccato all'alba del 30 dicembre, intorno alle 6 del mattino a Bagdad, quando in Italia erano circa le 4. La televisione di Stato irachena ha confermato l’esecuzione di Saddam Hussein, impiccato insieme al fratellastro Barzan al Tikriti e all’ex presidente del Tribunale Rivoluzionario, Awad al Bandar; tutti gli imputati erano stati condannati il 5 novembre scorso per la strage di Doujail. «La condanna del criminale è stata eseguita» è il lapifario annuncio che viene fatto in tv. La radio irachena nel frattempo trasmette preghiere e versetti del Corano.
Scene di giubilo nel quartiere sciita di Bagdad (Ap)
L'ESECUZIONE - «È stato rapido, è morto subito». Così uno dei funzionari iracheni presenti all'esecuzione di Saddam Hussein ha raccontato gli ultimi momenti dell'ex presidente iracheno. La fonte ha precisato che Saddam aveva il volto scoperto e che appariva calmo. Saddam, che aveva il Corano in mano sul patibolo, secondo alcuni racconti diffusi dopo l'esecuzione «aveva paura» di affrontare la morte. Ma il consigliere per la sicurezza nazionale Moaffaq al-Roubai, che ha assistito all'esecuzione, insieme ad altre 6 persone, ha precisato alla televisione Al Iraqiya che il condannato aveva le mani legate. «Saddam è salito con calma sulla forca, appariva deciso e coraggioso. A un certo punto Saddam ha girato la testa verso di me come per dirmi "non ho paura"». Il consigliere per la sicurezza nazionale ha aggiunto che il cadavere di Saddam Hussein sarà deposto in un luogo segreto fino a quando non sarà deciso di consegnarlo alla sua tribù o alla sua famiglia.
LUOGO SIMBOLICO - Saddam Hussein è stato impiccato a Bagdad all'interno di uno dei centri utilizzati dal deposto regime per torturare i dissidenti. Sami al-Askari, parlamentare sciita vicino al premier Nuri al-Maliki, il quale ha assistito all'esecuzione, ha detto che la sentenza è stata eseguita nel vecchio quartier generale dei servizi segreti dell'era Saddam. Il deputato ha sottolineato il significato simbolico della scelta. «L'esecuzione ha avuto luogo nell'edificio della quinta sezione dell'ex direzione generale dell'intelligence a Kadhimiyah», ha detto, dove sono stati eliminati molti nemici di Saddam.
DISORDINI - La morte di Saddam ha provocato reazioni contrastanti in Iraq. Alle scene di giubilo a Bagdad con balli e canti per strada, si sono contrapposti i violenti disordini in corso nei pressi della città di Falluja, roccaforte della ribellione sunnita. Scontri tra uomini armati e soldati americani sono scoppiati anche a Sufiya, quartiere orientale di Ramadi, località sunnita che si trova a 110 km a nord-ovest di Bagdad, dopo che manifestanti sono scesi in strada per protestare contro l'esecuzione dell'ex presidente iracheno Saddam Hussein. Lo ha riferito l'agenzia privata Aswat al-Iraq spiegando che la folla è scesa in strada in segno di protesta anche a Mossul, Falluja, Bayji e Tikrit, città natale dell'ex rais impiccato questa mattina. Manifestazioni popolari di gioia si sono invece verificate in importanti località sciite come Kut, Najaf, i sobborghi sciiti di Baghdad e Dujail, il villaggio di cui 148 abitanti furono uccisi per rappresaglia in seguito a un fallito attentato contro Saddam Hussein nel 1982. Successivamente un'autobomba è esplosa in un mercato nella città sciita di Kufa provocando, secondo una fonte del ministero dell'Interno iracheno, almeno 35 morti e 45 feriti. LE ULTIME ORE - L'esecuzione della condanna morte sembrava ormai inevitabile ma non così vicina alla sentenza come invece è accaduto. Le ultime ore sono state un frenetico rincorrersi di voci, ipotesi e smentite. Nella notte del 29 dicembre la difesa di Saddam Hussein ha cercato un estremo tentativo di allungare i tempi, appellandosi alla giustizia Usa. Ma la decisione delle autorità irachene era presa. Le prime conferme della volontà di eseguire entro poche ore erano state espresse da alcuni funzionari. Subito c'erano stati nuovi ma inutili appelli a non procedere, tra i quali quello del premier italiano Romano Prodi. Le autorità irachene, evidentemente, hanno voluto evitare di trascinare la questione-Saddam per altri giorni, nel timore di far crescere così le tensioni. Ma anche la morte di Saddam, si teme da giorni, provocherà non pochi problemi in Iraq (dove la minoranza sunnita lo considera tuttora un proprio simbolo e, da ora, martire), sia negli altri Paesi islamici. Numerose manifestazioni si erano già avute nei giorni scorsi.
30 dicembre 2006
L'ergastolo a vita in un metro per un metro sarebbe stato meglio.....ma purtroppo dillo agli sciiti e curdi!!!

venerdì 29 dicembre 2006

Le mille stravaganze degli atenei privati.

La proliferazione dei politici-docenti.
Dal prestigio della Bocconi alle università taroccate finite nel mirino dell'Antitrust Il caso del «campus» dentro un ipermercato.

Siete divorati dal desiderio di sapere cos'è «l'approccio slow all'economia distribuita e alla sensorialità sostenibile?» Peccato, avete perso l'occasione per dibatterne, al seminario organizzato qualche settimana fa e promosso dal Politecnico di Milano, da Slow Food, dall'Istituto europeo di design e dalla Domus Academy. Appassionante. Come un mucchio di altre iniziative nate dalla fantasia di quel mondo effervescente che si è sviluppato negli ultimi anni a cavallo tra università pubbliche, private, semi-pubbliche, quasi-private. Mondo che solo recentemente, dopo l'esondazione di nuovi atenei e nuove facoltà e nuovi corsi di laurea, Fabio Mussi ha deciso di arginare piantando finalmente dei paletti. Anzi, tra le tante, l'Università degli studi di Scienze gastronomiche, che come soci fondatori ha lo SlowFood, la regione Emilia-Romagna e il Piemonte, non è neppure delle più strampalate: è o non è la buona tavola una delle roccaforti dello stile e dell'economia italiani? Prosit.
FINANZIATE DALLO STATO - Certo è che a passare al setaccio il mondo universitario non statale, finanziato comunque dallo Stato con 133 milioni di euro l'anno (più i 30 dati da una misteriosa manina in Finanziaria ai collegi universitari ecclesiastici) c'è di tutto. Su 94 riconosciuti dal ministero, gli atenei di questo tipo sono 28. Dalle strane accademie spuntate dal nulla e dal profilo ambiguo, con docenti non sempre all'altezza, ai luoghi di assoluta eccellenza come la Bocconi o la Cattolica, da sempre fucine della classe dirigente del Paese. Quelli promossi da enti pubblici sono quattro, da soggetti privati 13. Più le università telematiche (undici, ma il nuovo governo ne ha bloccate altre cinque in dirittura d'arrivo) delle quali diremo più avanti. Quanti siano gli studenti, vista la contrapposta inaffidabilità delle banche dati del ministero, preferiamo lasciar perdere: troppo casino. Quanto ai docenti, che risultavano essere 2.022 al 31 dicembre 1998, sarebbero oggi (meglio: al 31 maggio 2006) 2.734. Con un aumento di 712 persone: 361 ordinari, 256 associati e 95 ricercatori. Un incremento del 35,2%. Nettamente inferiore, comunque, all'aumento esponenziale di atenei, facoltà e corsi.
UNIVERSITA' TAROCCATE - Non bastassero, nel caos hanno finito per inserirsi un bel po' di università taroccate. Creature virtuali, aperte come si apre un supermarket o una concessionaria. E metodicamente bastonate dall'Antitrust di Antonio Catricalà, che negli ultimi due anni ha messo sotto inchiesta una ventina di atenei impegnati nel «gioco del dottore», condannandone diversi per pubblicità ingannevole. Come la Libera Privata Università di Diritto Internazionale dell'Isfoa, che sbandierava sul sito di diffondere «i principi dell'Open University, programma di matrice anglosassone» e diceva di avere sedi nella Quinta Strada a New York e nel Principato di Monaco e addirittura a Nauru, in Polinesia ma poi aveva il cuore nella sgarrupata Tirana. Oppure la Cetus, allestita al piano terra di un palazzone della periferia palermitana da un «rettore» che, irritato col Corriere per una denuncia, protestò inviando una lettera così spassosamente sgrammaticata che, per la delizia dei lettori, i correttori di bozze si astennero dal metterci mano. O ancora la «Nuova Università del Cinema e della Televisione», colpita pochi mesi fa perché prospettava falsamente «la possibilità per il consumatore, di studiare presso un'università riconosciuta, con la possibilità di poter perseguire, a seguito della frequenza dei corsi pubblicizzati, un titolo quale la laurea». Alla larga.
CAMPUS-IPERMERCATO - Anche tra quelle legalmente riconosciute, tuttavia, non mancano casi da fare arricciare il naso. Come la Lum di Casamassima, un paesotto vicino a Bari, che a dispetto del nome gonfio di maiuscole (Libera Università Mediterranea «Jean Monnet») è l'unico esempio di ateneo nato grazie a un ipermercato. La sede è infatti in un Campus (due facoltà: giurisprudenza ed economia) all'interno del Baricentro. Una cittadella commerciale costruita anni fa da Giuseppe Degennaro, esponente di una di quelle famiglie baresi che s'imposero negli anni Settanta e Ottanta con lo sviluppo violento dell'edilizia. Finanziato negli anni ruggenti della ex Cassa del Mezzogiorno, assessore ai trasporti del comune, deputato Dc, presidente della Confcommercio pugliese, coinvolto in un'inchiesta per voto di scambio (un anno e quattro mesi in primo grado), eletto senatore nel 2001 con Forza Italia, Giuseppe Degennaro era, della sua creatura, anche il rettore. Morto lui un paio di anni fa, la carica è passata al figlio Emanuele. Erede pure del collegio elettorale, della presidenza del consiglio di amministrazione dell'Università, della guida dell'Interporto regionale della Puglia…
POLITICI DOCENTI - Una storia non meno interessante è quella della UKE, acronimo di Università Kore di Enna. Fortissimamente voluto da Vladimiro «Mirello» Crisafulli, l'uomo più potente dei diessini siciliani non scalfito neppure dall'inchiesta sul suo incontro filmato con un mafioso e così sicuro di sé da dire che lui, a Enna, vince «col proporzionale, col maggioritario e pure col sorteggio», l'ateneo forse non trabocca di luminari internazionali, ma di politici sì. Politico è Mirello, che sta nel Cda con la sua «licenza media inferiore», politico è il presidente Cataldo Salerno che guida pure la Provincia, politici altri due membri del consiglio quali Carmelo Tumino (deputato regionale della Margherita) ed Edoardo Leanza (idem, per Forza Italia) e politico infine è Salvo Andò, che ai bei tempi socialisti fu ministro della difesa e adesso della Kore è il Rettore. Le facoltà sono cinque: beni culturali, economia, giurisprudenza, ingegneria, scienze della formazione. Più un po' di master. Tipo: «Valutazione e autovalutazione sistemica nei processi formativi della comunicazione». Gli studenti per ora sono (mai fidarsi dei siti ministeriali) un paio di migliaia ma l'Università ha l'ambizione di arrivare l'anno prossimo a 10.500 con 174 docenti. Alla faccia di chi ha la puzza sotto il naso. Accentuata dal fatto che tre su sette dei membri del Cda (più l'Ad) sono insieme ai vertici della Ennaeuno, la municipalizzata per lo smaltimento dei rifiuti. Va da sé che, al di là delle chiacchiere sul «privato», i soldi vengono dalla Provincia, dalla Camera di commercio, da alcuni comuni, dalla Regione. Un dettaglio comune a molti altri atenei, dalla Calabria (dove la Libera Università della Sibaritide doveva nascere anni fa coi soldi «privati» della Regione, della Provincia, delle Comunità montane di Trebisacce, Rossano e Acri e di 33 comuni quali Calopezzati, Amendolara, Mandatoriccio) all'Alto Adige, dove è appunto nata la Libera Università di Bolzano per diretto interessamento della Provincia. O alla toscana Lucca, dove per iniziativa di Marcello Pera, che irrideva ai nemici bollandoli come invidiosi («abbiamo più successo della Normale e del collegio Sant'Anna») è nato a tempo di record l'Imt, una cosa un po' privata e un po' pubblica, finanziata coi soldi dell'Università di Pisa, del ministero, del Comune, della Provincia…
CONVENZIONI - Tutto bene, per carità. Tutto corretto. Tutto legale, come le convenzioni firmate da un sacco di università, da Siena alla romana Pio V˚,da Chieti amille altre, con un mucchio di associazioni e corporazioni e sindacati, dai vigili urbani ai dipendenti ministeriali, dalle guardie carcerarie ai giornalisti, che prevedevano riconoscimenti di crediti così generosi (stoppati da Mussi: non più di 60) da permettere speedy-lauree guadagnate con una manciata di esami in un solo anno. Da segnalare, in questo caravanserraglio di cose serie e insieme di bizzarrie, la politica di immagine della milanese IULM che, fondata dalla Libera università di lingue e comunicazione, conta tra i soci la Provincia, la Camera di commercio, l'Assolombarda, il Centro Turistico Studentesco… C'è di tutto. Il concorso per il progetto «Who's that girl» per dare un nome all'avatar dell'Ufficio relazioni pubbliche della Provincia. La sfida su Odeon Tivù fra la squadra IULM e una della Statale. L'accordo con Mediaset (si chiama Campus Multimedia In-formazione) per lo sviluppo della cooperazione fra Università e imprese. E la vendita online di berretti, magliette, T-Shirt col nome dell'amato ateneo. Come a dire: fatti una laurea. O almeno una felpa.
Sergio Rizzo Gian Antonio Stella (Giornalisti del Corriere della Sera)
29 dicembre 2006
Penso che leggendo questo articolo scopriamo un Italia conosciutissima dagli studenti e laureati....ed ora spero che la conosceranno maggiormente coloro che l'Università per loro libera scelta/e non..... non l'hanno mai fatta!!!
L' ennesima testimonianza di questo "Paese dei balocchi", dove la legge non la fanno i principi e valori espressi nella Costituzione Italiana, ma la fanno i potenti, gli arruffoni, i condannati.....

mercoledì 27 dicembre 2006

Pannella, sciopero della fame e della sete:

«Il governo italiano agisca subito»
«L'Italia si impegni subito e seriamente per scongiurare l'esecuzione immediata di Saddam Hussein»


Il ministro degli Esteri D'Alema: «Siamo contro la pena di morte» .

ROMA - Marco Pannella ha iniziato uno sciopero della fame e della sete per chiedere al governo italiano «di impegnarsi subito e seriamente per scongiurare l'esecuzione immediata di Saddam Hussein». Il leader radicale si è offerto di recarsi immediatamente a Bagdad «per ottenere la conversione della pena di morte in trent'anni di reclusione». Se la condanna fosse eseguita, per Pannella «il governo iracheno compirebbe un atto infame, degno di quelli che furono propri di Saddam Hussein stesso, indegno di un Paese civile e democratico». OCCASIONE - «Nel 2003, malgrado il voto ad ampissima maggioranza del Parlamento italiano per l'esilio di Saddam Hussein come alternativa alla guerra, governo e opposizione italiani non onorarono quella decisione. Saddam conobbe quella nostra iniziativa. Saddam Hussein vivo potrebbe rivelarsi strumento insostituibile e unico di pacificazione e di delegittimazione dell'esercito di bande assassine che compie impunemente stragi continue delle popolazioni irachene». Secondo Pannella «si presenta una straordinaria occasione per far esplodere nel cuore del Medio Oriente un grande atto di pace, un grande dibattito nei popoli e nelle coscienze, lo scandalo della nonviolenza come alternativa alle dittature e alla guerra».
D'ALEMA: CONTRARI A PENA DI MORTE - Il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, da Santiago del Cile dove si trova in visita ufficiale, ha dichiarato: «Siamo contro la pena di morte, come italiani e come europei. Non è un discorso in difesa di Saddam Hussein, io difendo il principio secondo cui la pena di morte non è accettabile e quindi continuo a sperare che questa sentenza non venga eseguita».

La pena di morte è una brutalità....(ma sciiti, curdi e rispettive famiglie trucidate da Saddam chissà....nei loro panni come ci sentiremmo se favorevoli o contrari all'impiccagione...)
Ciò che mi ha portato a riportare questo articolo del Corriere della sera e il fatto che Pannella è sempre pronto allo sciopero della fame e della sete per cause giuste e non giuste (dipende dai punti di vista di ognuno di noi), ma quando farà uno sciopero per la riduzione degli stipendi e del numero di deputati e senatori del Parlamento Italiano? Sicuramente eccetto "loro e forse lui" tutti noi - comuni cittadini - ne saremmo felici....

Università, 37 corsi di laurea

Il caso della «Sapienza», un gigante con 200 «sedi» sparse in Italia.

Da Bologna a Moncrivello: i casi in tutta Italia. E il numero totale è raddoppiato in 5 anni .

C'è un Robinson disperso su un'isoletta universitaria di Forlì che non ha neanche un Venerdì con cui parlare: è l'unico iscritto al corso di Scienze della mediazione linguistica. Ma con chi può mediare, se non c'è un selvaggio con cui aprir bocca? Una solitudine da incubo.
La stessa che deve provare l'unico iscritto a Scienze storiche a
Università La Sapienza di Roma (Internet)Bologna e l'unico a Ingegneria industriale a Rende e l'unico a Scienze e tecnologie farmaceutiche a Camerino e insomma tutti i solitari frequentatori di 37 corsi universitari sparsi per la penisola. Avete letto bene: ci sono trentasette mini-facoltà con un solo studente. Poi ce ne sono dieci con 2 frequentatori, altre dieci con 3, altre quindici con 4, altre otto con cinque e altre ventitré con 6 giù giù fino a un totale di 323 «universitine» che non arrivano a 15 iscritti. Con alcune situazioni piuttosto curiose. Come quella di Termoli, che come patrono ha San Basso ma accademicamente vola alto: dal sito del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario si può apprendere infatti che i ragazzi della cittadina molisana che non si sentono predisposti ai viaggi, hanno a disposizione non una ma addirittura due possibilità di diventar dottori sotto casa. La prima viene loro offerta dalla facoltà di medicina e chirurgia dell'Ateneo del Molise (29 iscritti), la seconda dalla Cattolica del Sacro Cuore di Milano. La quale, invogliata dalle nuove normative, è salita ormai a 21 sedi diverse, posizionandosi anche in metropoli quali Guidonia Montecelio (32 iscritti a medicina), Pescopagano (33), Larino (37) e Moncrivello, ridente paesino in provincia di Vercelli con 1.477 abitanti, dei quali 14 decisi a diventare chirurghi, urologi o anestesisti. Un record da dedicare al santuario del Trompone, il cui nome ha una tale assonanza con certi professoroni universitari che il destino, diciamolo, era già prefigurato. Ma un record battuto, appunto, da Termoli. Dove gli iscritti a medicina, versante Cattolica, sono sei.
Meno male: tre maschi e tre femmine. Direte: quanto costeranno, certi atenei in miniatura? Valeva la pena di incoraggiare questa moltiplicazione di pani, pesci e cattedre finendo fatalmente per abbassare il livello medio degli insegnanti, visto che come nel calcio e nella lirica non ci sono abbastanza Totti e abbastanza Pavarotti per tutti gli stadi e tutti i teatri e occorre dunque ricorrere sempre più spesso a brocchi e ronzini? E' quanto cercheremo di spiegare. Partendo da alcuni numeri. Primo fra tutti quello delle università "storiche", italiane. Erano 27, figlie di una tradizione spesso secolare, e sono rimaste tali per un sacco di tempo. Salendo poi lentissimamente, dalla metà degli anni Cinquanta in avanti, fino ad arrivare alla fine del millennio a 41. Bene, da allora (c'è chi dice a causa delle scelte del ministro «rosso» Luigi Berlinguer e a causa di quelle del ministro «azzurro » Letizia Moratti) sono dilagate. Arrivando in una manciata di anni a 78. Più «ospiti» quali l'Università di Malta, più le «private» (sulle quali avremo modo di sorridere), più undici «telematiche» sulle quali esistono dettagli piuttosto curiosi da raccontare. Totale? Quelle col «bollino» sono 94. Ma il caos è ormai tale che la somma totale degli «atenei» veri o presunti (e meno male che qualcuno è stato burocraticamente raso al suolo da Fabio Mussi come quello fondato in una palazzina di Villa San Giovanni da un certo Francesco Ranieri che la dedicò al suo omonimo nonno) è ormai difficile da calcolare. «Evviva!», esulteranno certi liberisti nostrani: tante università, tanta concorrenza. Tanta concorrenza, tanta selezione. Tanta selezione, tante eccellenze. E' vero o no che lo stesso Salvatore Settis, acerrimo nemico della proliferazione, ha scritto che in America le cose chiamate «università» sono circa quattromila e dunque noi abbiamo ancora spazio per altre sei o settecento «atenei»? Verissimo, sulla carta. Non fosse per due dettagli sottolineati dal direttore della Normale di Pisa.
Il primo è che negli Stati Uniti chi non è all'altezza si arrangia: se trova studenti che pagano la retta per andarci bene, sennò chiude. Il secondo è che il titolo di studio, lì, non ha alcun valore legale: hai preso la laurea ad Harvard? Ti assumono tutti. L'hai presa in una pseudo- università allestita da un mestierante senza la biblioteca e senza laboratori e senza docenti di un certo livello? Non ti fila nessuno. Affari tuoi, se ti sei fatto imbrogliare. E non c'è concorso dove possa giocarti una laurea ridicola per accumulare punti in graduatoria e prenderti un posto immeritato. Qui è la prima contraddizione, denunciata da Francesco Giavazzi e Piero Ichino e Roberto Perotti e altri ancora: il via libera alla moltiplicazione degli atenei senza aver prima abolito il valore legale del titolo di studio è un errore fatale. Che toglie risorse, chiedendo una distribuzione a pioggia di stampo clientelare, alle università vere. Quelle serie. Sobrie. Spesso straordinarie. Che ci fanno onore in Italia e all'estero. Che hanno già levato alta la loro protesta. E oggi sono spesso costrette a mettersi in concorrenza coi furboni. E a cedere alla tentazione di aprire in città e paesi e borghi e contrade più o meno vicine nuove facoltà e nuovi corsi di laurea. Meglio: nuovi punti vendita. Basti pensare che questi corsi (per i quali non occorre l'autorizzazione ministeriale) erano 2.444 nel 2000/2001 e alla fine del 2005 erano già schizzati a 5.400. Numero destinato a un successivo incremento (più 861) nonostante, scrive l'ultimo rapporto del Miur, «le raccomandazioni a livello centrale di procedere a una semplificazione dell'offerta». E così, se le Università sono diventate 94, le facoltà sono cresciute fino a 610 e i dipartimenti fino a 1.864 e gli istituti a 319 e i «centri universitari» a vario titolo fino a 1.269. Fino a casi abnormi come quello della «Sapienza». Che da Roma ha alluvionato di sedi e «sedine» tutta l'Italia centrale fino ad avere oltre duecento (chissà se almeno il rettore conosce il numero esatto) indirizzi postali differenti. Dove sono stati coriandolizzati la bellezza di 341 corsi diversi: dall'infermieristica a Bracciano a logopedia ad Ariccia, dalle tecniche di laboratorio biomedico a Pozzilli all'architettura degli interni a Pomezia. Per un totale (professori ordinari e assistenti e ricercatori) di 4.766 docenti. Tutti bravi come Totti? Difficile da credere. Ma certo anche tra di loro c'è chi ama giocare. Come i docenti che hanno organizzato, tempo fa, un «corso di composizione floreale per imparare a realizzare decorazioni di Natale con rametti di pino, candele e bacche colorate». E poi dicono che l'Università italiana non punta sulle specializzazioni...

Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella
27 dicembre 2006


L'Università italiana dalla riforma ad oggi purtroppo non ha portato niente di buono....o esclusivamente: sperpero, sperpero, sperpero! Ci verrebbe da pensare solo al titolo di un libro nonchè film di qualche anno fa: "Io speriamo che me la cavo".

sabato 23 dicembre 2006

giovedì 21 dicembre 2006

Gdf: scoperti 15,3 miliardi non dichiarati

Il comandante: capillari controlli su chi ha tenore di vita ingiustificato.

Fiamme Gialle, rapporto 2006: 6950 gli evasori totali individuati, Iva evasa per 3,5 miliardi, scoperti 28mila lavoratori in nero.


ROMA - Tanti soldi evasi: quasi quanto una Finanziaria. Seimilanovecentocinquanta evasori totali e 15,3 miliardi di euro di redditi non dichiarati. Sono i dati principali della lotta all'evasione fiscale condotta dalla Guardia di Finanza nel 2006 e presentati oggi dal comandante del corpo, Generale Roberto Speciale. L'evasione dell'Iva ammonta invece a 3,5 miliardi di euro, un dato cresciuto del 40% rispetto allo scorso anno.
LOTTA ALLA CRIMINALITA' - Nel 2006 sono stati sequestrati circa 89 milioni di articoli merceologici falsificati (+28% rispetto al 2005), le persone arrestate sono state 446 e quelle denunciate 16.167. In particolare, le Fiamme Gialle hanno sequestrato 19.736.000 prodotti nel settore della moda, 23.180.000 falsi nel settore dell'elettronica e 6.758.000 giocattoli. Intensa pure l'attività nella lotta alla droga. La Guardia di Finanza ha arrestato 3.100 persone, il 17% in più al 2005. Sono state sequestrate 14,7 tonnellate di hashish e marijuana con un aumento del 67% rispetto alle 8,7 tonnellate del 2005, 2,7 tonnellate di cocaina, 0,7 tonnellate di eroina e 0,5 di sostanze psicotrope, dieci volte di più dei 44 chili sequestrati nel 2005. Per il contrasto alle scommesse clandestine e per reprimere l'utilizzo di apparecchi per il gioco non autorizzati nel corso del 2006 sono stati effettuati 2.828 interventi e sono state sequestrate 13.600 slot machines (+95% rispetto al '95).
CONTROLLI - I controlli della Guardia di finanza hanno portato alla scoperta di basi imponibili per 5,7 miliardi di euro come evasione parziale e di 2,1 miliardi di euro per quanto riguarda l'elusione e l'evasione internazionale. «Il peso dell'economia sommersa nell'ambito dell'evasione - ha detto il capo del III reparto operazioni, generale Giuseppe Vicanolo - rimane abbastanza rilevante e non accenna a diminuire». I lavoratori in nero ed irregolari individuati nei cantieri e nelle e aziende sono più di 28 mila. Nel 2007 «la Guardia di finanza concentrerá tutti i servizi di polizia economica e finanziaria su due obiettivi di massima prioritá: la lotta all'evasione fiscale e il contratto alla criminalitá economica», ha poi aggiunto il comandante generale della Guardia di finanza. Sará attuata «una decisa e sistematica azione di prevenzione e regressione di ogni forma di evasione e di elusione fiscale».
TENORE DI VITA - La Guardia di finanza concentrerà, inoltre, l'attenzione «sui paesi a fiscalità privilegiata, sulle frodi carosello e sui contribuenti iva, in particolare sui soggetti disallineati rispetto agli studi di settore e sarà realizzato un piano capillare di controllo - ha detto il generale Speciale - sui soggetti che conducono un alto tenore di vita apparentemente ingiustificato rispetto a quanto dichiarano».

20 dicembre 2006

Ecco perchè è impossibile non chiamare l'Italia "Il paese dei balocchi"...ma è veramente non difficile, ma inutile governare gli italiani?
Ma ancora non capiamo che se non le paghiamo tutti non diminuiranno mai le tasse? Chissà nel futuro cosa accadrà.....speriamo che non accada ciò che è accaduto in Argentina...un dissesto economico nazionale....

Taranto - Falso cieco guidava la bicicletta

Scoperta una truffa all'Inps per 200mila euro, denunciate 5 persone. Alcuni pensionati, con la complicità di un funzionario comunale, percepivano indebitamente indennità.

TARANTO – Percepiva la pensione di invalidità perchè risultava cieco, ma i carabinieri lo hanno smascherato, filmandolo addirittura mentre guida una bicicletta. Si è conclusa con la denunzia in stato di libertà di 5 persone alla Procura della Repubblica di Taranto, una delicata indagine dei Carabinieri della Compagnia di Taranto, grazie alla quale è stata scoperta una rilevante truffa in danno dell’INPS. I militari hanno accertato che alcuni pensionati, con la complicità di un funzionario comunale, percepivano indebitamente pensioni di invalidità ed indennità di accompagnamento relative a malattie inesistenti o fittiziamente fatte risultare più gravi del reale. Le indagini si sono protratte per diversi mesi e sono state condotte sia con accurati accertamenti documentali che con pedinamenti e servizi di osservazione. Durante questi ultimi, in più circostanze, è stato filmato e fotografato a passeggio, a piedi ed addirittura in bicicletta, uno dei falsi invalidi che agli atti dell’INPS risultava non vedente al 100%, percependo per tale motivo una cospicua indennità mensile. Le indagini hanno consentito di quantificare il danno subito dall’INPS in circa 200mila euro. Le persone denunciate sono 4 falsi invalidi ed un dipendente del Comune di Leporano, grazie alla cui complicità è stato possibile realizzare la truffa. Infatti, era proprio questo pubblico dipendente ad iscrivere falsificandone il contenuto, le certificazioni mediche attestanti le reali condizioni di salute dei 4 falsi invalidi. A seguito di questa indagine il dipendente è stato trasferito ad altro incarico. Le indagini proseguono, allo scopo di individuare eventuali ulteriori casi. L'indagine è stata diretta dal Pubblico Ministero Matteo di Giorgio della Procura della Repubblica di Taranto.

20/12/2006

Questo purtroppo è una delle tante situazioni che non potranno mai far crescere il nostro amato Sud..... La cosa più negativa è che il funzionario comunale "colpevole" non è stato IMMEDIATAMENTE LICENZIATO, ma è stato posto ad un altro incarico...

sabato 16 dicembre 2006

UNA BELLA RAGAZZA E UN CALENDARIO DIVERSO.

Lucia è una bella ragazza con gli occhi che ridono, 24 anni e un problema importante: è affetta da atassia, una malattia genetica per il momento classificata tra le incurabili.

Ma tutto è impermanente nell’universo, anche l’incurabilità...

Lucia Defilippi è una ragazza uguale/diversa, grintosa e piena di voglia di vivere, che vuole superare i limiti che oggi le impone l’atassia, per questo lei e un fotografo, Max De Martino, si sono messi a lavorare e hanno realizzato un calendario che vuole contribuire a raccogliere fondi per la ricerca sull’atassia e a superare questi limiti, un calendario grazie al quale Lucia viene vista da vicino, nella sua quotidianità, nella sua normalità difficile e faticosa, mentre prova a vivere nel miglior modo possibile sfidando se stessa e un mondo che non è proprio il miglior mondo possibile. Lei con coraggio, consapevolezza e tanta, tanta pazienza ci sta provando. Noi possiamo darle una mano.

Per vedere un'anteprima del calendario: www.maxdemartino.com/atassia/
Per acquistarlo contattare Maria Litani, responsabile dell'AISA Liguria, alla mail marialita@libero.it Tel. 339-3168142
Per contattare l'autore delle immagini www.maxdemartino.com max@maxdemartino.com Tel. 335-8475855 Lucia, Max e Maria sono disponibili per interviste e per dare la maggiore visibilità possibile al progetto e vi invitano a pubblicare questa notizia sui vostri blog, sui forum a cui partecipate, sui giornali su cui scrivete. Parlatene con i vostri amici, inoltrate questa mail...

Come scriveva Tiziano Terzani in "Lettere contro la guerra": "Questi sono ancora i giorni in cui è possibile fare qualcosa, Facciamolo.
A volte ognuno per conto suo, a volte tutti insieme".Grazie dei minuti che avete dedicato a leggere questa mail. Max De Martino www.maxdemartino.com max@maxdemartino.com Cell. 335-8475855

venerdì 15 dicembre 2006

il Girotondo dei Rettori

Articolo ripreso dal Corriere della sera 15/10/2006 (senza firma per lo sciopero indetto da FNSI)

Le minacce, no, non ce le saremmo aspettate dalla Conferenza dei rettori italiani. La protesta per le risorse negate all’Università dalla Finanziaria è legittima. Il grido d’allarme sullo stato comatoso dei bilanci universitari, lo sconcerto per l’insensibilità dimostrata nei confronti della ricerca: tutto questo è meritevole di considerazione e la maggioranza di governo farebbe male a non tenerne conto. Ma se i rettori decidono di svestirsi del loro ruolo togato e arrivano a intimare ai rappresentanti del governo di tenersi lontani dalle «significative manifestazioni in Università», è un lessico inaccettabile quello che traspare dalle loro dichiarazioni. Il governo dovrà naturalmente tener conto degli argomenti di chi teme una penalizzazione eccessiva delle Università. E il comunicato dei rettori, così virulento nei toni e nelle parole, sancisce una rottura simbolica la cui portata è paragonabile ai fischi operai di Mirafiori. Era stato infatti il centrosinistra ad appoggiare la protesta del mondo universitario contro il governo di centrodestra. «Ricerca» e «istruzione» sono state due parole chiave nella polemica dell’Unione contro una maggioranza, quella che sosteneva la compagine governativa guidata da Berlusconi, accusata di abbandonare alla deriva un universo vitale per il futuro dell’Italia. Ai rettori, vezzeggiati e assecondati per cinque anni, sono state offerte candidature alle elezioni. Il Magnifico Rettore dell’Università di Reggio Calabria, Alessandro Bianchi, è diventato ministro. Se ora i rettori si sentono traditi e percepiscono una sordità del governo sui temi della ricerca e dell’istruzione, il governo deve fare un esame di coscienza. I fischi e le contestazioni al governo, se si eccettua qualche sbavatura e caduta di stile, possono anche essere uno stimolo a cambiare, un modo per esprimere delusione per chi, anziché avvitarsi in dispute nominalistiche su ciò che si dovrà fare dopo la Finanziaria, deve fare subito tesoro degli errori commessi. Ma davvero c’è bisogno di un ennesimo girotondo, nientemeno che di un girotondo dei rettori che stona in modo così stridente con la loro funzione e la loro immagine austera? Se la spaccatura tra il mondo della ricerca e il governo è dunque un campanello d’allarme per chi ha varato una Finanziaria al di sotto delle aspettative dei rettori e dei ricercatori dell’Università, le forme e i modi della protesta non sono indifferenti, anche se lo scopo può essere condivisibile. Il metodo dell’ultimatum, l’invito ai membri del governo a non mettere piede all’Università sono appunto forme che i rettori, per la delicatezza del loro ruolo e per il carattere in un certo senso istituzionale della loro funzione, devono saper arginare per non far cadere l’Italia in una deriva caotica e civilmente disgregata che in altri tempi si sarebbe detta «sudamericana». I rettori invitino il governo nelle Università, chiedano conto delle promesse non mantenute, ripetano quanto hanno detto nella passata legislatura, e cioè che una nazione moderna non può permettersi di mortificare la ricerca. Ma evitino i girotondi. Non per risparmiare critiche al governo. Ma per risparmiare all’Italia l’ennesima brutta figura.

Cosa potrei dire....?? Che purtroppo l'Università Italiana (pubblica) non è cambiata. Sempre i soliti problemi: economici, burocratici, etc.. etc.. Forse si risolverebbe già qualcosa se l'Università pubblica proprio perchè pubblica continuassse a beneficiare dei soldi statali (ed aiutare quindi i ragazzi e le rispettive famiglie che non c'è la fanno a pagare la retta universitaria) e l'Università privata proprio perchè Privata vivesse con i soldi dei privati (e non beneficiasse come tutt'ora dei soldi statali) e dei ragazzi (si intende le rispettive famiglie) che possono permettersi di pagare una retta (in media) sui 5000,00 euro solo d'iscrizione!!!Non c'è l'ho contro l'Università privata, ma penso sia giusto così...E' ovvio poi che nell'Università pubblica ci sono degli sprechi che andrebbero eliminati...sia economici che umani!!!

giovedì 14 dicembre 2006

Il Papa: contro l'Aids fedeltà e astinenza

Fedeltà nel matrimonio e astinenza al di fuori di esso sono la via migliore per evitare l'infezione e fermare la diffusione del virus.

Benedetto XVI (Agf)CITTÀ DEL VATICANO - «La fedeltà nel matrimonio e l'astinenza al di fuori di esso sono la via migliore per evitare l'infezione e per fermare la diffusione del virus dell'Aids, che affligge milioni di persone nel continente africano». È l'indicazione di Benedetto XVI fornita nell'incontro in Vaticano con il nuovo ambasciatore del Lesotho, Makase Nyaphisi, diplomatico di uno dei Paesi più colpiti dal virus Hiv. «Voglio assicurare l`impegno della Chiesa cattolica per fare quanto possibile nel portare aiuto a coloro che sono afflitti da questa crudele malattia», ha detto il Papa. «I valori che promanano da un'autentica comprensione del matrimonio e della vita familiare costituiscono il solo sicuro fondamento per una società stabile».

risposta all'articolo di Francesca L.:

"Incredibile come ancora ai giorni nostri la piaga dell'AIDS, nonostante tutta la prevenzione e l'informazione che si fa, sia ancora un fenomeno così diffuso. I bersagli maggiori ancora una volta risultano essere i Paesi più poveri e in via di sviluppo. Da apprezzare è lo sforzo che la Chiesa Cattolica fa per poter aiutare a prevenire tale "calamità"...ma diciamocelo forse lo fa in un modo del tutto irrealistico. Ciò che il clero infatti non riesce a capire,o meglio capisce perfettamente ma si ostina a non voler accetare, è che oramai ai giorni nostri è venuto sfatandosi quel mito, di così larga diffusione nel passato, secondo il quale il sesso è solo e dopo il matrimonio.La civiltà occidentale odierna, del sesso e dell'infedeltà farebbe veramente fatica ad adeguarsi a tale visione. Allora perchè al posto di sprecare parole al vento, il Papa non si convince ad accettare che, in una società in cui non si può fare a meno del "peccato", sarebbe meglio promuovere l'utilizzo dei comuni metodi di prevenzione, anzichè ostinarsi a voler difendere idee utopiche."

Dipendenti corrotti

di GIAN ANTONIO STELLA (giornalista del Corriere della sera)

PUBBLICO IMPIEGO

Abbiano l’onestà di dirlo: non vogliono licenziare nessuno, neanche i mascalzoni arrestati con la bustarella in mano. Appioppare una condanna per corruzione a più di due anni di carcere, oggi, è pressoché impossibile. Capita in due casi su cento. Quindi la nuova «severità» sbandierata dal governo verso i dipendenti pubblici disonesti, accettiamo scommesse, si rivelerà una bufala. Eppure questo ha detto ieri al Corriere il ministro per la funzione pubblica Luigi Nicolais. Al prossimo consiglio dei ministri presenterà «un disegno di legge sui procedimenti penali e disciplinari nel pubblico impiego» che saranno «molto più severi» di adesso: «Oggi c'è il licenziamento in caso di corruzione, concussione e peculato con pene superiori a tre anni. Molti sfuggono patteggiando o con il rito abbreviato. Da domani basterà una pena patteggiata di oltre due anni per essere licenziati automaticamente». Domanda: il ministro sa quante condanne a oltre due anni di carcere vengono comminate oggi per quei reati? Se gli interessa, faccia una telefonata a Piercamillo Davigo, Consigliere di Cassazione, già protagonista del Pool Mani Pulite e autore con la professoressa Grazia Mannozzi di un libro in uscita per Laterza proprio sulla corruzione. Gli risponderanno: «Pochissime». Dettagli? Eccoli: elaborando i dati dei casellari giudiziari dal 1983 al 2002, risulta che le condanne per concussione (il reato più grave, articolo 317) a meno di due anni di galera con allegato il beneficio della condizionale sono il 78%. Quelli per corruzione propria (articolo 319) meno ancora: il 93%. E quelli per la corruzione normale (articolo 318) superano il 98%. Ovvio: la pena prevista per la corruzione va da due a cinque anni. Il giudice, per prassi, sceglie di partire generalmente da una via di mezzo, tipo quattro anni. Basta che il corrotto chieda il rito abbreviato o il patteggiamento, se proprio non ha la pazienza di tener duro, di rinvio in rinvio, contando sulla prescrizione o un indulto, e già ha diritto allo sconto di un terzo: e siamo a due anni e otto mesi. Meno un altro terzo per le attenuanti generiche (che non si negano a nessuno) e un altro sconto se si restituisce il maltolto et voilà, siamo già saldamente al sicuro: sotto i due anni. E questo, del resto, dicono un po' tutte le banche dati sui processi per corruzione. La pena finisce per essere spesso inferiore a un anno. Per scendere fino a sette od otto mesi. Una oltre i due anni è una vera rarità. Soprattutto in certe aree del sud come Reggio Calabria, dove le condanne per corruzione risultano essere state due. In venti anni. Morale: la «severità» delle nuove norme finirebbe in realtà per lanciare nel mondo del pubblico impiego un messaggio devastante: tranquilli, non cambia niente, nessuno paga. Lo dice la storia di questi anni. Non solo sul versante delle mazzette. Basti ricordare il caso di Antonio Donnarumma, un custode di Pompei. Lo arrestarono nella stupenda Casa di Cecilio Giocondo mentre cercava di violentare una ragazzina americana adescata con la scusa di mostrarle affreschi chiusi al pubblico. La flagranza del reato era tale che non cercò neanche di difendersi: patteggiò un anno con la condizionale. Bene: non riuscirono a licenziare manco lui. E si dovettero accontentare di mandarlo «in punizione» a Sorrento. Un «esilio» a 29 chilometri. Una botta al morale di chi come Pietro Ichino invoca da anni una mano più pesante coi fannulloni proprio per dare più spazio e più soldi ai dipendenti pubblici che lo meritano, la diede ad esempio un certo Salvatore Castellano, che stava al museo di Capodimonte (dove gli usceri rifiutavano le divise perché "non sono confacenti al clima di Napoli") e dopo aver fatto 220 assenze in un anno (più le ferie, più le festività...) era stato indicato al ministero come uno da sbattere fuori. Accusa: la salute cagionevole non aveva impedito all'uomo, mentre risultava quasi agonizzante, di tenere aperto un laboratorio di cornici. Eppure, di ricorso al Tar in ricorso al Tar... Anche A.T., un dipendente del comune di Genova, non si rassegnò al licenziamento che dopo vari ricorsi al Tribunale regionale: non riusciva a capire perché il municipio fosse così fiscale con lui, che aveva accumulato (facendo contemporaneamente altri lavori, secondo l'accusa) quasi 1.400 giorni di malattia. Perse, alla fine, ma solo perché non trovò magistrati come quelli del Consiglio di Stato che annullarono il licenziamento di un bidello calabrese introvabile quando arrivava il medico fiscale, perché «prima di assumere il provvedimento l'amministrazione deve comunque accertarsi delle reali condizioni di salute». E se quello fosse stato alle Maldive, come successe con un impiegato comunale di Pesaro? Andavano accertate le sue condizioni psicofisiche all'atollo Ari? Una sentenza fantastica. Pari almeno a quella del Tar di Milano che qualche anno fa fece riassumere al liceo scientifico Severi un bidello licenziato perché, preso in prova, in tre anni si era fatto vedere in totale per 60 giorni. No, dissero i giudici: nel pubblico impiego non si può interrompere un rapporto di lavoro prima che sia concluso un periodo di prova. Quanto lungo? Sei mesi. Cosa che, lavorando il giovanotto ("Sono diplomato e invece di farmi fare le pulizie fatemi lavorare in ufficio!") venti giorni l'anno, avrebbe richiesto qualche decennio. Il postino P.M., che qualche mese fa a Ortoliuzzo, Messina, fu sorpreso con due tonnellate e mezzo di lettere, fatture, telegrammi, assicurate, raccomandate che da nove mesi non aveva voglia di consegnare, se ne stia dunque sereno: avanti così, non lo licenzierà nessuno. Come nessuno è riuscito in questi anni a liberarsi, a Napoli, di quei vigili urbani che proprio non tengono voglia 'e fatica' nel traffico e hanno intasato la direzione del personale di centinaia di certificati: quello ha problemi all'udito, quell'altro non sopporta lo smog, quell'altro ancora si stressa... Tutta colpa del virus dell'«incrocite»": appena sono di turno a un incrocio, si sentono male. Il risultato, spiega il Mattino , è il seguente: su 2.128 poliziotti municipali, quelli che lavorano ancora nelle strade sono circa 500. Un quarto. Tutti gli altri faticano dietro qualche scrivania.

14/12/2006

Quando ho letto l'aticolo mi è venuto da ridere perchè delle volte mi chiedo: ma quando un Ministro (che sia di destra o di sinistra non mi interessa perchè accadeva prima ed accade ora) legge su un quotidiano queste cose non si sente schifato? Ma ancora non abbiamo capito che l'uomo (soprattutto l'italiano) è uguale all'animale (e quante volte ci capita di dire che gli animali sono meglio degli uomini...)? Che senza un pò (diciamo un pò) della tanta auspicata...severità...non si trasformerà mai questo "Paese dei balocchi" in una nazione non dico perfetta, ma CIVILE....