"Ognuno di noi possiede talento innato: pochi possiedono la giusta misura di tenacia, forza ed energia, innate ed acquisite necessarie per diventare effettivamente un talentuoso; questo equivale a dire che si diventa ciò che si è: si sfoga e si esternalizza il proprio talento in opere ed azioni". (Friedrich Nietzsche)

Repubblica VIII Libro - Platone.

Quando un popolo divorato dalla sete di libertà si trova ad aver coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade che i governanti pronti ad esaudire le richieste dei sempre più esigenti sudditi vengano chiamati despoti. Accade che chi si dimostra disciplinato venga dipinto come un uomo senza carattere, un servo. Accade che il padre impaurito finisca col trattare i figli come i suoi pari e non è più rispettato, che il maestro non osi rimproverare gli scolari e che questi si faccian beffe di lui, che i giovani pretendano gli stessi diritti dei vecchi e per non sembrar troppo severi i vecchi li accontentino. In tale clima di libertà, e in nome della medesima, non v'è più rispetto e riguardo per nessuno. E' in mezzo a tanta licenza, nasce, si sviluppa, una mala pianta: la tirannia.

giovedì 14 dicembre 2006

LA SPESA CORRE E I FURBI VINCONO

di FRANCESCO GIAVAZZI (giornalista del Corriere della sera)

La Finanziaria non combatte sprechi e inefficienze

Il nostro Stato spende il 48,2% del Pil, quello inglese quattro punti di meno. E tuttavia quando si tratta di aiutare le famiglie è molto meno efficace. In Gran Bretagna prima dell’intervento di varie forme di assistenza pubblica, le famiglie a rischio di povertà sono 26 su 100: l’intervento dello Stato le riduce a 18. In Italia le famiglie vicine alla soglia di povertà sono un po’ meno, 22 anziché 26 (dati Eurostat, 2003), ma lo Stato riesce ad aiutarne solo 3. Anche la Francia fa meglio di noi: sposta 6 famiglie su 26. In Svezia lo Stato spende di più: il 56% del pil contro il 48,2% in Italia. Ma in Svezia lavorano 8 donne su 10, in Italia meno di 6. Se non ci sono i nidi, se mancano le residenze per anziani, se negli ospedali sono i parenti dei malati a dover supplire alla carenza di infermieri, non è sorprendente che le nostre donne abbiano poco tempo per «lavorare». E poiché più donne lavorano, lo Stato riesce a finanziare uno straordinario livello di spesa con aliquote relativamente basse. In una famiglia in cui lavorino in due l’aliquota media di una donna che guadagni quanto un uomo (in regime di tassazione separata) è 28% in Svezia, 39 in Italia (dati Ocse, 2001). Dove finisce allora tutto il denaro che spendono le nostre amministrazioni pubbliche, se non aiuta i poveri, né le donne che vorrebbero lavorare? Contando i dipendenti pubblici si scopre che quelli che lavorano negli ospedali, nella polizia, nelle forze armate, nell’amministrazione della giustizia, (incluse le carceri), nelle scuole e nell’università sono solo 76 ogni 100. Gli altri 24 sono impiegati altrove, in nessuna di queste attività essenziali. Romano Prodi è sorpreso per l’inusuale lunghezza della vertenza dei giornalisti per il rinnovo del contratto. Anziché sorprendersi dovrebbe fare una semplice riflessione. Se lo Stato continua a finanziare i giornali (anche quello su cui scrivo, che non ha certo bisogno di aiuti di Stato) è comprensibile che i giornalisti lottino duramente. Perché gli aiuti pubblici dovrebbero finire nelle tasche degli azionisti anziché nelle loro? Vi assicuro che se la Finanziaria avesse avuto il coraggio di cancellare gli aiuti (e le 150 persone che a Palazzo Chigi li amministrano) la vertenza non durerebbe tanto a lungo. All'Arsenale di Venezia «lavorano» molti marinai: il luogo è bello, il circolo ufficiali fa invidia ad un club londinese, ma il ministro della Difesa avrà la cortesia di spiegarci perché gli ozii di quei marinai debbano essere a carico dei contribuenti? La vera priorità della «Fase 2» di questo governo è l’eliminazione dell’inefficienza e delle situazioni di vero e proprio parassitismo che si annidano nelle amministrazioni pubbliche. Una battaglia in salita, perché è difficile fare il muso duro dopo aver approvato una Legge finanziaria che per accontentare un po’ tutti aumenta la spesa pubblica di circa 7 miliardi di euro (si vedano i conti di Tito Boeri e Pietro Garibaldi su la voce.info ). E perché è difficile controllare la spesa se, prima ancora di sedersi a discutere il nuovo contratto con i sindacati del pubblico impiego, si mette sul tavolo abbastanza denaro per aumenti delle retribuzioni pari al 5% (dopo cinque anni in cui le retribuzioni dei pubblici dipendenti sono cresciute il doppio rispetto a quelle dei dipendenti privati). «Se vogliamo uno Stato efficiente non possiamo assumere ope legis tutti i precari, ci vogliono criteri di selezione forti» dice il ministro Nicolais e aggiunge: «Ma le valutazioni non riguarderanno il singolo, bensì la struttura». Così furbi e fannulloni continueranno a farla franca a spese dei contribuenti e dei loro colleghi onesti.

14/12/2006

Io aggiungo: Come potranno diminuire le tasse se l'esempio non viene dall'alto? (dai governanti per intenderci).......

Niente canti di Natale. Turbano i bimbi mussulmani.

Bolzano, la decisione in un asilo frequentato anche da stranieri. Critiche dai due schieramenti.

di ANTONIO CASTALDO (giornalista del Corriere della sera)

A Natale niente "Tu scendi dalle stelle" per i piccoli allievi della scuola Casa del Bosco di Oltrisarco, quartiere multietnico di Bolzano.
Le maestre hanno deciso di rinunciare alla canzoncina che celebra la nascita del Bambinello per non urtare la sensibilità dei mussulmani. E lo hanno detto hai bambini.
Così è scoppiato il finimondo: critiche da tutte le parti, più o meno violenti ma unanimi. Il Direttore Didattico Gianfranco Cornella ha tentato una marcia indietro: <>.

14/12/2006

Una cosa del genere accade purtroppo in una nazione (paese dei balocchi ancora una volta...) dove le leggi non si comprendono, dove la Costituzione è quasi un utopia...Il Direttore Didattico non conferma se la canzoncina si farà o no, ma la cosa più triste è un altra.
Parliamo di tolleranza, di integrazione, ma alla fine siamo razzisti contro le nostre radici, la nostra cultura e tutto ciò non mi sembra giusto!!!

mercoledì 13 dicembre 2006

Il risultato di anni di clientelismo...

Alitassametro

Numeri alati. Un privato per comprare Alitalia dovrebbe tirare fuori due miliardi di euro. Alitalia vale zero. A fine gennaio i soldi per pagare gli stipendi saranno finiti. Ha 20.575 dipendenti, metà sarebbero già troppi. Una flotta di aerei da terzo mondo. La battono solo i Tupolev. Un amministratore delegato con DUEMILIONISETTECENTOMILA EURO di stipendio all’anno. Il più pagato in Europa nel settore. Guadagna sei volte in più del suo collega di Air France.Prodi vuol vendere. Ma chi compra? Le banche hanno messo le mani avanti. Cordero anche i piedi. L’Alitalia perde CINQUANTUNOMILA EURO all’ora. Fermiamo il tassametro. C’è una sola soluzione per mettere un tappo alle perdite: pagare due miliardi di euro Gheddafi perchè la compri. I dipendenti dovranno trasferirsi a Tunisi. Il loro trasferimento coatto dovrebbe essere vincolante per la validità del contratto. 20.575 bocche da sfamare in meno per lo Stato, un affare. Anche se ci costasse qualcosina.Rimane il problema Cimoli. Cosa fare di un manager così stimato sia da Prodi che da Berlusconi? Se un manager è pagato bene per quello che vale, lui è pagato moltissimo per quello che perde. Peccato che i soldi che ha perso siano nostri. Peccato che i soldi che guadagna provengano dalle nostre tasche. Lui non è il solo colpevole. E’ un capro, ma non il solo espiatorio. Ma fino a quando sta lì, con quello stipendio, con quei risultati, con quel sorriso compiaciuto non c’è speranza. Prodi se lo assuma come maggiordomo. Che poi è il motivo per cui è ancora lì. Aria, aria fresca. Ma cosa ci vuole?

Post ripreso dal blog: www.beppegrillo.it

VI PRESENTO IL PAESE DEI BALOCCHI!!!

QUESTA E' L'ITALIA.......IL PAESE DEI BALOCCHI!!!

Basta!

Parlamento pulito!

Basta! Parlamento pulito.

Chi è stato condannato in via definitiva non deve più sedere in Parlamento. E se la legge lo consente, va cambiata la legge.
Migliaia di sottoscrittori dell’appello lanciato da Beppe Grillo sul blog www.beppegrillo.it chiedono che i condannati in via definitiva non possano più rappresentare i cittadini in Parlamento, a partire da quello europeo.
E' profondamente immorale che sia loro consentito di rappresentarci.
Questo è l'elenco dei nomi dei rappresentanti italiani in Parlamento, nazionale o europeo, che hanno ricevuto una condanna:

I 25 CONDANNATI DEFINITIVI IN PARLAMENTO (Aggiornato a Giugno 2006)

- Berruti Massimo Maria (FI)
- Biondi Alfredo reato poi depenalizzato (FI)
- Bonsignore Vito (Udc - Parlamento Europeo)
- Borghezio Mario (Lega Nord - Parlamento Europeo)
- Bossi Umberto (Lega Nord - Parlamento Europeo)
- Cantoni Giampiero (FI)
- Carra Enzo (Margherita)
- Cirino Pomicino Paolo (Democrazia Cristiana - Partito Socialista)
- De Angelis Marcello (An)
- D'Elia Sergio (Rosa nel Pugno)
- Dell'Utri Marcello (FI)
- Del Pennino Antonio (FI)
- De Michelis Gianni (Nuovo Psi)
- Farina Daniele (Prc)
- Jannuzzi Lino (FI)
- La Malfa Giorgio (Pri)
- Maroni Roberto (Lega Nord)
- Mauro Giovanni (FI)
- Nania Domenico (An)
- Patriciello Aldo (Udc)
- Previti Cesare (FI)
- Sterpa Egidio (FI)
- Tomassini Antonio (FI)
- Visco Vincenzo (Ds)
- Vito Alfredo (FI)


Elenco delle condanne definitive a carico dei parlamentari

Da: Repubblica.it

Da: Repubblica.it

LONDRA - Per molti uffici, scuole e strade del Regno Unito, quello del 2006 sarà una Natale senza decorazioni, festeggiamenti e simboli natalizi. Il 74 per cento delle aziende private, annuncia un sondaggio pubblicato dai giornali inglesi, hanno deciso di vietare i tradizionali Christmas parties, le feste tra colleghi, impiegati, dipendenti di uno stesso ufficio, che si tengono solitamente tra il 20 e il 24 dicembre in tutto il paese. I presidi di numerose scuole hanno suggerito in una circolare agli insegnanti di non incoraggiare gli allievi a scambiarsi i biglietti e le cartoline con gli auguri di Natale. Varie città e cittadine, da Birmingham a Rotherham, hanno sostituito alberi di Natale, presepi e altre decorazioni con chiaro riferimento alla festività cristiana con più blandi simboli delle Winter Holidays, le vacanze «invernali». Perfino la Royal Mail, al momento di emettere come ogni anno una nuova serie di francobolli natalizi, ha abolito ogni riferimento al Natale cristiano, limitandosi a immagini di scoiattolini infreddoliti e fiocchi di neve.«E´ l´ultima follia del politicamente corretto», scriveva ieri il quotidiano Guardian, sostenendo che imprese private, autorità municipali e ministero dell´Istruzione sono preoccupati di offendere la sensibilità religiosa dei milioni di cittadini britannici che appartengono a un culto non cristiano, e per questo stanno gradualmente rinunciando a celebrare il proprio.Ci sono probabilmente anche altre ragioni. Alcune imprese, per esempio, citano i costi delle feste di Natale in ufficio e delle decorazioni natalizie: un taglio delle spese che, nelle aziende con molti dipendenti, finisce per essere non tanto piccolo. Certe scuole temono di essere citate in tribunale per discriminazione religiosa, specie dopo le polemiche che hanno accompagnato il licenziamento di una maestra, di religione islamica, che rifiutava di togliere il niqab (il velo che lascia scoperti soltanto gli occhi) in classe. Altri riconoscono che, dopo l´attentato nel metrò di Londra del luglio 2005 e di fronte ai continui allarmi terrorismo, è comunque preferibile evitare di suscitare discordia. E riguardo alle decorazioni luminose non manca chi sottolinea l´esigenza di un risparmio energetico. Ma l´ossessione del «multiculturalismo politicamente corretto» rappresenta probabilmente la motivazione principale: e qualcuno, davanti all´abolizione del Natale, comincia a dire che si esagera.«E´ semplicemente una sciocchezza», afferma Jack Straw, ex ministro degli Esteri e attuale ministro per i rapporti con il Parlamento. «Non conosco alcun cristiano che vorrebbe impedire agli ebrei di celebrare Yom Kippur o agli islamici di celebrare l´Id. Né penso che esistano musulmani che si risentono perché i cristiani celebrano il Natale». Dello stesso parere è anche il Forum Cristiano-Musulmano, un´associazione multiconfessionale creata dopo l´attentato del 2005: «Decisioni come quella di abolire le decorazioni natalizie portano acqua la mulino dell´estrema destra razzista e finiscono per ripercuotersi proprio contro i seguaci dell´Islam». Il dibattito si sta dunque scaldando. Intanto, il prossimo 25 dicembre, quando la Bbc trasmetterà gli auguri di Natale della regina, l´emittente privata Channel Four farà porgere gli auguri di Happy Christmas alla nazione da un´annunciatrice araba, col volto coperto dal niqab. Se sia una provocazione ironica, o una cosa seria, lo decideranno i telespettatori.

Come vi sentireste se un giorno di questi vi si presentassero a casa e vi dicessero:"Non festeggiare più il Natale!".Sarebbe come privarsi di una tradizione che da sempre siamo stati abituati a festeggiare. Ebbene questo è ciò che accade a Londra per paura di offendere coloro che da noi la pensano diversamente.Professiamo tanto la libertà di culto, ma poi non la pratichiamo per paura che gli altri ci si rivoltino contro. Chiediamoci però allo stesso tempo se mai un mussulmano sarebbe disposto a fare questo per noi, nel suo Paese, per paura di offenderci.Scusatemi ma credo proprio di no.

Risposta all'articolo di: Francesca L.

martedì 12 dicembre 2006

Premio Nobel per la pace 2006

Un uomo che muovendo le proprie idee insieme ad altri uomini ha creato ciò che per molti sarebbe stato impensabile...


Muhammad Yunus ha fondato in Bangladesh, nel 1976, la Grameen Bank.
Grameen è una banca rurale (grameen in bengalese significa contadino) che concede prestiti e supporto organizzativo ai più poveri, altrimenti esclusi dal sistema di credito tradizionale. Fino a oggi la banca ha concesso prestiti a più di 2 milioni di persone, il 94 per cento delle quali donne. Grameen ha attualmente 1.048 filiali ed è presente in 35.000 villaggi e in diverse città nel mondo. Grameen non solo presta denaro ai poveri ma è posseduta da questa stessa gente, che nel tempo è diventata azionista della banca. Fondata in Bangladesh , Grameen , è ora un modello anche per la Banca Mondiale.

Amina Ammajan era una mendicante del Bangladesh, vale a dire una delle persone più povere della terra. Vedova e madre di due figlie, era sul punto di morire nel 1976, quando la casa le crollò letteralmente sulla testa. Oggi sua figlia possiede la casa, un pezzettino di terra e del bestiame. Non è ricca, ma vive dignitosamente. La sua vita, come quella di milioni di altre persone, soprattutto donne, è cambiata completamente da quando ha incontrato Grameen, la banca del Bangladesh che teorizza e mette in pratica il credito ai derelitti: pochi soldi, dati a fronte di un progetto minimo e senza nessuna richiesta di garanzia. Ma con percentuali di restituzione che fanno invidia alle più solide banche tradizionali. E’ una storia a dir poco sorprendente quella raccontata dal libro di Muhammad Yunus, Il banchiere dei poveri appena uscito per Feltrinelli (£ 35.000, 268 pp.). Tutto comincia quando Yunus, un docente universitario di economia del Bengala laureatosi negli Stati Uniti, si mette in testa di cercare nuove strade per combattere la miseria disperata delle zone rurali del suo paese. Fin dalle prime incursioni sul campo, durante la terribile carestia del 1974, Yunus si rende conto che c’è una grande quantità di uomini e donne a cui non mancano né buona volontà né una forte capacità lavorativa, il cui destino è tuttavia senza speranza perché privi di uno strumento essenziale: un capitale, anche piccolissimo, con cui iniziare qualunque attività.
Così, in spregio a tutte le regole del mondo bancario di ogni tempo e latitudine, Yunus riesce a convincere una banca della sua regione ad aprire una linea di crediti minuscoli (i più alti superavano a malapena i venti dollari), riservati quasi esclusivamente alle donne, senza alcuna richiesta di garanzia e senza neppure la necessità di riempire un modulo (del resto, a che sarebbe servito? La maggior parte dei clienti era analfabeta). Il risultato è stato entusiasmante. Gli ultimi della terra a cui Grameen (che significa "rurale") concedeva un’opportunità, non solo mettevano in piedi attività redditizie della più diversa natura (dalla vendita di focacce alla fabbricazione di sgabelli in bambù, alla coltivazione di riso) che consentivano loro di sfuggire alla miseria e agli usurai, ma rimborsavano puntualmente i prestiti. Molto più di quanto facessero i clienti "normali" delle banche tradizionali.
Il motivo di questo comportamento è estremamente semplice secondo Yunus, che provò a spiegarlo così ad uno sbalordito direttore di banca, quando espose per la prima volta il suo progetto: "I più poveri dei poveri lavorano dodici ore al giorno; per guadagnarsi da mangiare devono vendere i loro prodotti. Non c’è ragione perché non vi rimborsino, soprattutto se vogliono avere un altro prestito che consenta loro di resistere un giorno di più. E’ la miglior garanzia che possiate mai avere: la loro vita!".
Insomma proprio la disperazione e la mancanza di alternative farebbero di un povero un creditore affidabile, assai più di un creditore comune. "Chi sta bene – argomenta il professore - non teme la legge e sa come manipolarla a proprio vantaggio". Il ragionamento è meno paradossale di quello che sembra se è vero, come spiega lo stesso Yunus, che nel suo paese ci sono banche la cui percentuale di recupero dei crediti non supera il 10 per cento e che la moratoria dei prestiti non rimborsati diventa regolarmente il più sicuro dei cavalli di battaglia in ogni campagna elettorale.
E’ facile immaginare quante resistenza abbia incontrato in una società tradizionalista come quella del Bangladesh questa iniziativa, che presupponeva, tra l’altro, l’emancipazione delle donne. Anzi, questo forse è l’aspetto più incredibile di tutta la storia. La filosofia del microcredito, infatti, imponeva di andare a cercare proprio gli ultimi, quelli che non avevano più speranza. E nella società del Bangladesh, così come in molti altri paesi asiatici o africani, non c’è nessuno che stia peggio di una vedova o di una donna abbandonata o semplicemente maltrattata dal marito. Ragion per cui, Yunus e i suoi sono andati in lungo e in largo per il Bangladesh, un paese musulmano molto tradizionalista in cui la separazione fra i sessi nella vita sociale è rigidamente osservata, cercando di convincere giovani donne terrorizzate ad accettare un prestito che avrebbero dovuto rimborsare a piccole rate ogni settimana. Inutile dire che le autorità religiose di ogni villaggio hanno cercato in tutti i modi di scoraggiare sia la banca che le sue possibili clienti. Eppure alla fine sono riusciti a spuntarla.
Oggi Grameen non solo è una banca indipendente importantissima nel Bangladesh, ma ha messo filiali in giro per il mondo, perfino nei paesi più ricchi. Il microcredito è praticato in cinquantasette nazioni, fra cui anche gli Stati Uniti, dove ne usufruiscono i poveri dei ghetti di Chicago. Come è stata possibile una crescita tanto spettacolare? Con una serie di regole ferree che hanno consentito ai suoi fautori di superare ogni volta difficoltà apparentemente insormontabili. Anzitutto la richiesta ai poveri di radunarsi in gruppetti di cinque persone al momento di ottenere un prestito, assumendo ciascuno la responsabilità anche per gli altri, per rafforzare l’impegno a rimborsare la sua somma. In secondo luogo, il meccanismo di rimborso. Anziché attendere tutto il rimborso dopo una lunga scadenza, Grameen chiede ai suoi clienti di restituire il denaro in piccolissime rate ogni settimana. "Il denaro - spiega ancora Yunus - è una sostanza adesiva, si attacca al suo possessore. Se il rimborso deve avvenire dopo sei mesi o un ano dalla concessione del prestito, anche se il debitore avrà in tasca il denaro proverà inevitabilmente un certo dispiacere a staccarsene. Il segreto consiste nelle brevi scadenze".
A queste regole nel rapporto con la banca se ne aggiungono altre che riguardano l’esistenza personale dei clienti (dall’istruzione dei figli alla pulizia delle case, fino agli esercizi ginnici negli incontri) e che fanno somigliare Grameen a un programma di vita più che a un’istituzione di credito. E questo è certamente l’aspetto meno attraente di tutta la sua vicenda. Yunus e i suoi si comportano, da questo punto di vista, come se la povertà richiedesse una riorganizzazione ex novo dell’esistenza delle persone, quasi che i poveri fossero bambini da prendere per mano. Tuttavia, di fronte alla tenacia e al coraggio del progetto del microcredito e soprattutto ai suoi risultati nella lotta alla povertà, una diffidenza del genere sarebbe forse un lusso che nessuno, fra i poveri della terra, capirebbe.

La verità sul petrolio nigeriano

Oggi mi è venuta un'idea (non sò forse difficile da realizzare..un utopia, ma boh...).
Sarebbe interessante se noi giovani (nè di destra e nè di sinistra e nè di centro, ma liberi) provassimo a creare pian piano un qualcosa di alternativo a ciò che vediamo e sentiamo nel mondo...nè un movimento global e nè un movimento no global, ma ragazzi che vogliono dir la loro senza peli sulla lingua e che si rendono conto (un esempio è leggere questo articolo pubblicato sul sito disinformazione.it dalla Randazzo) in che mondo viviamo e dove sicuramente non tutto ci viene detto o comunque detto, ma manipolato.
Che nè pensate?Muoviamo le idee, muoviamo le parole, ma creiamo concretezza....
Io ho letto Terzani, ed il contrario...ovvero la Fallaci....penso che bisognerebbe leggere tutto ciò che è possibile per creare una società più giusta, per muovere le idee...
L'articolo è stato pubblicato su "Rifondazione", ma io non sono nè di sinistra e nè di destra, ma uno convinto che l' Italia (questo paese dei balocchi) può attraverso una società di giovani che muove le proprie idee....migliorare, crescere, essere d'esempio.

A causa del rapimento di tre italiani, lo scorso 6 dicembre, i telegiornali hanno parlato della situazione nigeriana, ma senza far comprendere cosa sta accadendo veramente. Hanno parlato di un paese poverissimo, come se la povertà fosse una sorta di calamità naturale. Hanno detto che il paese è ricchissimo di petrolio e di gas, ma non hanno spiegato come mai un paese così ricco di risorse energetiche sia così povero. Molti documentari e articoli “informativi” sulla Nigeria (ad esempio la puntata di Leonardo andata in onda su Raitre l’8 dicembre), hanno parlato di estrema “arretratezza” del paese, inducendoci a pensare che essendo un paese africano non ha avuto lo “sviluppo” dell’Europa. La giornalista del programma Leonardo disse che: “esistono bande per la libertà della Nigeria, peccato che esse si mescolino con la comune criminalità”, facendo intendere che ciò che accade in Nigeria è dovuto alla criminalità comune. I media alimentano l’etnocentrismo europeo e il razzismo, pur di tenere nascosta la vera condizione dell’Africa.
La verità è che il popolo nigeriano è vessato da un sistema criminale che gli sottrae le ricchezze e lo priva delle condizioni minime di sopravvivenza. L’Agip partecipa attivamente a questo sistema criminale, pagando milizie paramilitari che non esitano ad uccidere civili. Nei nostri media fanno notizia soltanto i rapimenti di persone che lavorano nella struttura petrolifera, mentre le centinaia di vite spezzate dai paramilitari dell’Eni e delle altre Corporation non generano alcun interesse. Darne notizia farebbe emergere qualche dubbio sull’operato delle Corporation che si appropriano delle risorse dell’Africa. I media (quelle poche volte che danno notizie sull’Africa) parlano genericamente di “corruzione” dei governi africani, ma non approfondiscono mai il discorso. Se esistono corrotti devono per forza esistere anche i corruttori e le vittime. Nessun telegiornale dice che i corruttori sono le Corporation (anche l’Eni), e che le vittime sono le popolazioni, costrette a vivere in condizioni di miseria e di degrado a causa della corruzione. La Nigeria è il primo produttore di petrolio in Africa, e il sesto esportatore nel mondo, ma la maggior parte della popolazione vive in condizioni di estrema miseria. Oltre il 30% degli abitanti è analfabeta e la disoccupazione tocca livelli del 70%.
L’Agip agisce con metodi propri dei gangster (come le altre Corporation) e inventa persino false notizie per depistare e nascondere la verità. La giornalista Anna Pozzi si è interessata alla situazione dell’Agip in Nigeria e il 30 marzo del 2006 ha tenuto una conferenza all’Università Bicocca di Milano, dal titolo “Nigeria Petrolio e corruzione”. La Pozzi sostiene che l’Agip ha mentito quando il 20 marzo denunciò un sabotaggio. In realtà, come avrebbe chiarito il presidente dell'IYC (Ijaw Youth Council), Oyeinfie Jonjon, non si trattava affatto di sabotaggio o di un attentato, ma di un cedimento del vecchio oleodotto subacqueo dovuto alla mancanza di manutenzione. Il fatto causò la perdita di petrolio che contribuì a devastare le già malridotte condizioni ambientali. L’Agip cerca di incolpare i nigeriani persino dei problemi dovuti alla propria negligenza. Gli oleodotti stanno producendo un immenso inquinamento e le autorità dell’Agip vorrebbero scaricare la responsabilità su altri.
I lavoratori nigeriani morti a causa di incidenti sono assai numerosi. Alla fine degli anni Novanta si ebbero diversi incendi nei pozzi dell’Agip, con una quantità impressionante di persone arse vive, ma i media italiani non se ne occuparono.Il 21 giugno del 2005, le Comunità del Delta del Niger e i Friends of the Earth della Nigeria (Era) presentarono all’Alta Corte Federale della Nigeria una denuncia contro il governo nigeriano, contro la compagnia petrolifera di Stato (Nigerian National Petroleum Corporation-NNPC) e i suoi partners (Agip, Shell, Chevron, Esso e Total), per porre fine alla pratica altamente inquinante del gas flaring, ovvero la combustione in torcia del gas che fuoriesce dai pozzi petroliferi. Tale pratica, immette nell’atmosfera una quantità enorme di gas serre. Nel novembre del 2005, un giudice nigeriano dell’Alta Corte federale ha emesso un documento giudiziario che considera il gas flaring, come una tecnica che “va contro il diritto alla vita, alla salute e alla dignità”.
Nel 2004, l’Agip è stata esclusa dagli indici che indicano l’operato socialmente responsabile degli investitori (FTSE4Good), per aver demolito una bidonville dove vivevano 5.000 persone, rimaste senza casa. La costruzione degli oleodotti dell’Agip ha costretto diverse tribù, come gli Otari e gli Iyak a perdere le loro terre e a rimanere senza alcun mezzo di sostentamento. Le associazioni per i diritti umani denunciano una lista lunghissima di abusi e di crimini commessi dalle Corporation contro la popolazione nigeriana. Le notizie relative ai gruppi di nigeriani che lottano per cambiare la situazione sono assai frammentarie e confuse. Di sicuro le proteste e le sollevazioni popolari sono numerose, e ogni Corporation reprime con proprie milizie private. Le iniziative popolari di protesta sono diverse. Ad esempio, nel 2002, migliaia di donne delle comunità dello Ijaw, Itsekiri e Ilaje occuparono alcune strutture della ChevronTexaco per chiedere la fine dell’inquinamento e il risarcimento per i danni causati. Le donne furono represse duramente anche se riuscirono a negoziare poche concessioni.
Esistono anche gruppi di Resistenza indigena organizzata. Il gruppo militante più numeroso è quello dagli Ijaw, che da tempo cerca di trovare nuovi accordi con le Corporation, per ottenere una minima redistribuzione della ricchezza che deriva dalla vendita del greggio. Negli ultimi anni sono stati organizzati diversi sequestri di personale nigeriano, europeo e americano. Solo nel 2006, sono avvenuti i sequestri di almeno 60 persone straniere e nigeriane. Il rapimento dei tre italiani e di un libanese è avvenuto in seguito ad un attacco alla stazione di pompaggio dell'Agip nello stato di Bayelsa. Gli ostaggi sono lavoratori della Nigeria Agip oil company (Naoc), e sono stati catturati in seguito ad un conflitto a fuoco, in cui le milizie dell’Agip hanno aperto il fuoco e gli assalitori hanno risposto. Il sito dell’Agip rende noto che un libanese è rimasto ucciso, mentre tre italiani e un altro libanese sono stati presi in ostaggio.
Ogni caso di rapimento andrebbe analizzato per verificare se si tratta di bande che hanno scopi di estorsione oppure di tentativi della Resistenza indigena di negoziare. Quando chiedono il risarcimento per i danni ambientali o vogliono cambiare la situazione nigeriana chiedendo di limitare il potere delle Corporation (come nel recente caso dei tre ostaggi italiani), si tratta della Forza di volontari del popolo del Delta del Niger (Ndpvf) o di gruppi affini. Secondo fonti Misna, le autorità locali starebbero trattando con i rapitori, ma non si precisa se c’è l’intenzione da parte della Corporation di cedere alle richieste dei rapitori. Lo scopo dei rapimenti è anche quello di far parlare della situazione nigeriana. Si tratta di un metodo ingenuo se si pensa che le stesse persone che controllano le Corporation hanno il potere mediatico di manipolare le informazioni. Di sicuro, queste persone approfittano di questi fatti per criminalizzare gli indigeni attraverso i media occidentali. Quello che colpisce è che mentre di solito i giornalisti dei telegiornali corredano le notizie con interviste alla gente comune oppure alle autorità locali, quando si tratta dell’Africa non intervistano nessuno e si limitano a far vedere immagini di repertorio. Ciò avviene principalmente per non far capire qual è la vera situazione del paese. I media occidentali sono indotti a comportarsi come se il popolo africano non esistesse, e come se non vi fosse alcun governo locale. Il dramma è che davvero non esiste alcun vero governo (solo governi fantoccio), e che la vita degli africani viene considerata priva di valore.
Quasi tutti i sequestri si sono sempre risolti col rilascio degli ostaggi. Soltanto ad agosto e a novembre persero la vita un ostaggio nigeriano e un ostaggio britannico, durante non meglio precisati blitz delle forze governative. Oltre ai rapimenti vengono attuati anche attacchi alle stazioni petrolifere e sabotaggi. La Ndpvf è fra i movimenti più forti che lottano contro lo strapotere delle Corporation, e riunisce moltissimi giovani.Occorre essere prudenti nel valutare i gruppi della Resistenza, e considerare che in tutto il Terzo Mondo vengono creati dalle stesse Corporation falsi movimenti di resistenza, per terrorizzare la popolazione e screditare ogni lotta indigena.
Anche il governo nigeriano utilizza diversi metodi per indebolire la popolazione e costringerla a rassegnarsi all’ingiustizia e alla povertà. Il 19 giugno del 2003, si verificò un incidente terribile che provocò la morte di oltre 400 persone, nello stato di Abia (Nigeria meridionale). Il governatore della regione disse: “Questo non è un disastro. Questo è un caso di persone che stavano derubando il governo. E' terribile che esseri umani ne siano coinvolti... gente spinta dalla povertà. Ho avvertito i leaders tradizionali di questa regione di mettere in guardia [la popolazione]. Ma certo non si può biasimare gente affamata - possano le loro anime riposare in pace”.Colpisce la frase “stavano derubando il governo”, e l’ammissione che la popolazione vive in estrema povertà. I governi corrotti hanno la caratteristica di considerare il potere di governo come un’entità esterna al popolo, che tutto possiede e che tutto può gestire come vuole.
Quel giorno era accaduto che alcuni nigeriani, spinti dalla disperazione, avevano sottratto petrolio. In base alle testimonianze, alcune centinaia di persone stavano sottraendo carburante da un oleodotto che perdeva, all’improvviso, non si sa come, una scintilla ha provocato l’incendio. Il dubbio è che la falla sia stata aperta volontariamente. Diversi giorni prima, Innocent Ugoagha, un membro della tribù Amaokwe, aveva avvertito i responsabili del Consiglio di governo locale dell’esistenza della falla nell'oleodotto. Dopo il terribile incidente, il governo si è limitato ad istituire l’ennesimo corpo militare per arrestare chiunque fosse trovato con taniche di benzina. Secondo l’organizzazione Environmental Rights Action (Era), si tratta di tecniche per criminalizzare la popolazione: “Il disastro di Amaokwe si poteva evitare, invece le autorità di limitano a parlare di sabotaggio: criminalizzare la popolazione è una comoda scusa”.[1]
Oltre all’Agip, in Nigeria operano anche la Total, la Shell, la Exxon-Mobil, la Chevron-Texaco e la Statoil. Nessuna di queste Corporation, per quanto si sappia, è disposta a trattare con i nigeriani per migliorare la situazione di estrema iniquità. Preferiscono continuare ad utilizzare il terrorismo per impaurire la popolazione. Queste Corporation, hanno prodotto gravi scompensi nell’ambiente, spezzando irreversibilmente l’equilibrio dell’ecosistema, e mettendo in serio pericolo la sopravvivenza di molte tribù indigene. Tutte utilizzano in maniera strumentale la paura e l’insicurezza dei popoli africani, che sono un triste retaggio di epoca coloniale. Come spiega il premio Nobel nigeriano Wole Soyinka: “Esistono vere cause di paura… ma esiste anche una manipolazione della paura per promuovere azioni anche illegali, per persuadere la gente, limitarne le libertà, facendo del timore una parte integrante della vita conscia e inconscia. È un nemico occulto, la paura, un quasi-Stato, che non riconosce leggi e responsabilità”.